Tre scintille nella nuova normalità

- Maurizio Vitali

È necessario che l’eroico irrompa nel nostro quotidiano. Fatto di destabilità e incertezza. La testimonianza di Eliana, Margherita e di una profuga afghana

Papa Wojtyla
Papa San Giovanni Paolo II (LaPresse)

“Era necessario che il quotidiano diventasse eroico e l’eroico diventasse quotidiano”. Così papa Wojtyła nel 1980, parlando di San Benedetto e del suo tempo devastato in seguito alla fine dell’impero romano. Era? Forse si può dire che “è “necessario anche nel tempo nostro, devastato da guerre, migrazioni, crisi ambientale e ora anche pandemia, che l’eroico diventi quotidiano e il quotidiano eroico.  Eroico, beninteso, non nel senso mitico pagano né nel senso superomistico, entrambi menzogneri e strafalliti. Nel senso, invece, di quel culmine dell’umano dove una scintilla divina accende la sua capacità di dono, e di perdono.

È successo una settimana fa che una profuga afghana è morta per salvare i due figli. La notizia ha fatto un certo scalpore. Sorpresa da una bufera gelida durante il viaggio (a piedi) per raggiungere l’Europa con i suoi due figli di 8-10 anni nei pressi del villaggio iraniano di Belesur, quasi al confine con la Turchia, la donna si è privata delle calze per proteggere con quelle le manine dei piccoli, ha camminato così nella neve in cerca di un riparo e ha pagato con la vita la salvezza delle due creature. Come non ripensare alle parole di Anna Vercors, protagonista dell’Annuncio a Maria di Paul Claudel? “Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data?”.

È successo tre settimane fa – e questo può essere sfuggito all’attenzione di molti, perché quasi nessuno vi ha dato risalto – che la giovane vedova di una delle vittime dell’esplosione di Ravanusa ha voluto parlare, al termine dei funerali, non del suo dolore ma della sua speranza. Ha detto con semplicità e certezza Eliana, vedova di Giuseppe Carmina e madre di due bambine: “Invito tutti a volgere lo sguardo alle cose che durano per sempre. Non fermiamoci al materiale perché tutto, con uno scoppio, viene distrutto. In questo dolore Gesù ci ha inondato della sua grazia, anche noi che in un attimo abbiamo perso tutto. Giuseppe era il mio tutto. Ma è arrivata una forza sovrumana, una serenità interiore che solo Dio può dare. La casa è vuota, le nostre bambine chiedono del papà e piangono, il letto è diventato grande. La croce è pesante… I miei suoceri (anch’essi morti nel crollo delle palazzine, ndr) per me erano altri genitori. Ma non maledico Dio, continuo a ringraziarlo, perché ho la certezza che Giuseppe e i miei suoceri sono in un posto migliore. Siamo nati e non moriremo mai. Per tutti noi questa sia una certezza. Il mio Peppe non è in quella bara, lui vivrà per sempre. Oggi faceva il compleanno, oggi è nato in Cristo”.

Viene spontaneo riandare con la memoria alla testimonianza di Margherita Coletta, che il 12 novembre 2003 perse il marito nell’attentato alle forze italiane stanziate a Nassiriya che provocò 28 morti, di cui 19 italiani. La giovane coppia aveva già perso un figlio, portati via dalla leucemia. Quella sera stessa, davanti alle telecamere dei giornalisti che affollavano la sua casa di San Vitaliano (Napoli), con in braccio la piccola Maria di due anni, Margherita disse: “Se amate quelli che vi amano che merito avete? Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.

Che grazia ascoltare simili parole, lontane anni luce dagli insopportabili “una tragedia che si poteva evitare” e “vogliamo giustizia”, di cui spesso e volentieri si infarciscono cronache scontate e banali, fatte col cliché. Cliché con cui ci confermiamo nella nostra falsa coscienza della realtà, perché non è vero che tutto si può evitare e non è vero che il castigo del reo estingua il dolore e ripristini vera giustizia. Oltretutto, non bastassero le guerre, le grandi migrazioni, la crisi ambientale, la pandemia – che ormai dovrebbe farci prendere atto che è definitivamente fallito il “sogno moderno di previsione e controllo, l’idea prometeica dell’uomo dominatore della terra e del nostro destino” (parole di Antonio Scurati, “Alla conquista di nuove normalità”, Corriere della Sera, 7 gennaio 2022). Lo stesso autore indica la prospettiva di una “nuova normalità”, un nuovo “quotidiano” diremmo noi riandando alle parole di Wojtyła su Benedetto – in cui sostituire “l’idea tenace, umile, industriosa della cura, di sé, degli altri, del mondo, a quelle trionfalistiche di guarigione e di immunità”.  E non si parla solo di sanità, ovviamente. Ma di come si fa a stare al mondo da uomini.

La nuova normalità, il nostro tempo, hanno osservato per esempio il filosofo Edgar Morin, ma anche Mario Draghi al Meeting di Rimini, è di “incertezza”. Non certo di sicurezze e protezioni assolute. Dunque, sì, è necessario che l’eroico – mica Prometeo, ma la scintilla “divina” della vera umanità che si prende cura – irrompa nel nostro “nuovo quotidiano”. In quelle tre donne di grazia – la profuga afghana, Eliana, Margherita – la scintilla dell’eroico ci si fa evidente nel suo redimere il quotidiano.

Perché la scintilla è piccola cosa, ma può accendere, come ben dice l’antica saggezza milanese, un grande fuoco: Ona lughéra la pò taccà on gran foeugh.

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