Luci e ombre del Pnrr sulla scuola

- Annamaria Poggi

Per chi riflette sulla scuola il Pnrr, che pone l’istruzione fra i suoi obiettivi principali, deve diventare occasione di riflessione e dibattito

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LaPresse

Per chi riflette sulla scuola il Pnrr, che pone l’istruzione fra i suoi obiettivi principali, deve diventare occasione di riflessione e dibattito se non altro perché gli investimenti e le riforme in esso previste proietteranno la loro luce sugli anni a venire e, dunque, costituiranno pezzi di un sistema in ricostruzione. 

Le risorse destinate all’istruzione sono pari a 17,59 miliardi di euro; i beneficiari delle risorse stanziate, che saranno assegnate attraverso avvisi pubblici, sono le scuole, gli Its e gli enti locali proprietari degli edifici per quanto riguarda gli interventi di edilizia scolastica. I finanziamenti dovrebbero servire (anche e soprattutto) a ridurre i divari Nord-Sud.

Le prime misure messe in campo riguardano gli investimenti: oltre cinque miliardi per la realizzazione e messa in sicurezza di asili nido e scuole per l’infanzia, per la costruzione di 195 scuole innovative (che dovranno garantire efficientamento energetico e una didattica basata su metodologie innovative), per l’incremento di mense e palestre (il 58% circa delle risorse andrà a scuole del Mezzogiorno), per la riqualificazione del patrimonio edilizio scolastico (il 40% per il Mezzogiorno). Al momento, il Ministero ha comunicato che le cinque regioni che hanno inoltrato più candidature sono Lombardia (392), Campania (297), Veneto (221), Piemonte (199) e Calabria (187). Quanto alle scuole innovative, su più di 10.000 istituzioni scolastiche sono state presentate 543 domande. Le cinque regioni che hanno inoltrato più candidature sono Campania (95), Lombardia (61), Veneto (47), le stesse regioni ai primi tre posti dell’altra classifica, Emilia-Romagna (45) e Toscana (42). Dati che sfidano la capacità programmatoria del Ministero. 

Le riforme (da adottare tutte entro il 2022), riguardano: la riorganizzazione del sistema scolastico, in particolare il rapporto studenti/classe e il dimensionamento della rete scolastica; la formazione del personale, con l’istituzione di una Scuola di Alta formazione e formazione continua per dirigenti scolastici, insegnanti e personale ATA gestite da Indire, Invalsi e Università italiane e straniere, al fine di garantire un sistema di qualità, in linea con gli standard europei; le procedure di reclutamento, basate sia sul livello di conoscenza che sui metodi didattici; il sistema di orientamento, per mettere in sinergia il sistema di istruzione, quello universitario e il mondo del lavoro; il riordino degli istituti tecnici e professionali, che mira ad allineare i curricula alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese, e degli Istituti Tecnici Superiori, per potenziarli e aumentare il numero di iscritti.

La prima e positiva impressione è che finalmente si prospetta un superamento del modello gentiliano di scuola, ancora in larga parte imperante negli indirizzi normativi e amministrativi, fondato su un’idea di istruzione permeata da serie di scissioni: tra teoria e pratica; tra mondo del pensiero e mondi delle realizzazioni pratiche, tra sistema formativo e sistema economico-produttivo del Paese. Emerge un’idea di scuola calata nel contesto di una società in evoluzione, in cui essa è al tempo stesso luogo di formazione delle classi dirigenti e luogo di inclusione sociale. Così, ad esempio si rapportano le carenze strutturali nell’offerta di servizi per la fascia 0-6 al basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro; si prende atto della carenza di competenze di base, soprattutto nella scuola media superiore, e dei divari che tale situazione produce sotto molteplici profili; si ribadisce il disallineamento tra istruzione e mondo del lavoro con gli effetti perniciosi che esso produce sia per l’autostima personale che per lo sviluppo del Paese.

Gli aspetti critici riguardano, invece e purtroppo, gli strumenti. Vi è, infatti, una certa asimmetria tra l’ampiezza delle riforme prospettate e la limitatezza delle azioni e degli strumenti. Per realizzare questi obiettivi, infatti, ci sarebbe bisogno di una progettazione di lungo periodo, costruendo Piani decennali (come si fece per la prima e unica volta in Italia nel 1959 sul fronte dell’edilizia scolastica) e una linea verticale e orizzontale di governo dei processi. Cose che, al momento, non si vedono all’orizzonte né del Piano, né negli indirizzi del Governo e del Ministero. 

Quanto al metodo per l’attuazione del Pnrr e più in generale per gli indirizzi ministeriali, il decreto legge 77/2021 (convertito dalla legge 108/2021) ha istituito una Cabina di regia inizialmente composta solo di ministeriali e solo in sede di conversione il Parlamento ha introdotto la presenza delle Regioni e degli enti territoriali, anche se solo rispetto ad argomenti di specifico interesse, mentre alle scuole non si fa alcun cenno. Questo assetto centralistico emerge anche dalle Linee programmatiche del Ministero che enfatizzano la garanzia dell’unità del sistema, e rinforzano il ruolo del Ministero e degli Uffici Scolastici Regionali, ancora una volta a scapito dell’autonomia delle scuole.

Rinunciare a valorizzare l’autonomia in un momento di ridisegno del sistema sarebbe un errore gravissimo: l’idea che oltre al Ministero e alle sue linee di comando decentrate (USR) non vi sia altro è antistorica e, soprattutto, lontanissima dall’idea di governo della complessità che servirebbe in un momento come questo.

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