Migranti e lavoro: una spinta-Pnrr per tutti

- Gianni Credit

L’Italia sembra aver bisogno di molti immigrati nel mercato del lavoro. Ma occorre fare in modo che siano formati adeguatamente

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La presidenza del Consiglio ha avviato una consultazione fra i ministeri interessati – anzitutto Interni e Lavoro – e le parti sociali per definire la previsione di flussi di migranti in entrata. Il decreto flussi 2021 aveva già raddoppiato le quote previste per il 2022 (69.700, di cui oltre 40 mila stagionali) rispetto a quelle degli anni precedenti (30.850 negli ultimi sei). Ma ciò non sembra sufficiente a coprire il fabbisogno stimato di forza lavoro. Secondo gli ultimi dati forniti dal Viminale, a fronte dei quasi 70mila ingressi preventivati per l’anno in corso sono già state presentate 205mila domande. Le istanze per il lavoro stagionale sono state oltre 98mila contro 42mila ingressi previsti. Secondo il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, per la stagione estiva servono 350mila addetti, che in parte non potranno non essere cercati fra chi vuole entrare in Italia.

Alla prospettiva di un innalzamento dei permessi di soggiorno collegato con un’offerta di occupazione va riservata certamente grande attenzione: non fosse altro per un evidente superamento di un approccio ideologico e indiscriminato e per il tentativo di declinazione delle politiche di accoglienza all’interno di un progetto-Paese. Il Sussidiario da tempo sostiene la necessità di rendere strategica questa sinergia: i giovani Neet italiani e i giovani migranti approdati appiano uguali anzitutto come talenti da valorizzare; nel diritto comune ad avere un’opportunità di crescita personale e collettiva attraverso l’education, il lavoro qualificato, l’imprenditorialità. 

Non sfugge che un progetto-Paese, da un anno, esiste in termini formali: è il Pnrr inserito nel Recovery Fund Ue post-pandemia. La spinta del Governo Draghi per attivare una dinamica virtuosa fra politiche dell’accoglienza, occupazionali e sociali agisce quindi all’interno di una strategia complessiva di ripresa economica. E non è un caso che guardi al caso tedesco: da sempre dibattuto, da sempre di successo. Nessuno può dimenticare quando nel 2015 il Cancelliere Angela Merkel aprì le frontiere a un milione di profughi siriani: difendendo poi per anni la sua scelta contro i forti contraccolpi xenofobi interni. Ha sempre avuto l’Azienda-Germania dalla sua: l’industria tedesca aveva e ha tuttora bisogno di risorse umane e i flussi di immigrazione si sono confermati una fonte dedicata. È una sfida tuttora in corso che può essere retta solo da un gioco di squadra strutturato e duraturo fra Governo, imprese, corpi sociali intermedi. In Italia, in Germania, in Europa.

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