L’Agenda Biden e quella di Draghi

- Gianni Credit

Negli Stati Uniti Joe Biden porta avanti la sua “Agenda”. In Italia non mancano partiti che vogliono portare avanti “l’Agenda Draghi”

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Mario Draghi e Joe Biden (LaPresse)

Il Presidente Joe Biden ha strappato il  sì del Congresso Usa  alla sua “Agenda”, a meno di cento giorni dal voto midterm.  È un passaggio non privo di spunti per la campagna elettorale in corso in Italia: che a sei settimane dal voto non sembra avere altro contenuto che la cosiddetta “Agenda Draghi”. Una “Agenda” peraltro non riconosciuta come tale dal Premier uscente: che ha provocato con le sue dimissioni il ricorso anticipato alle urne e si terrà d’altronde completamente fuori dalla competizione. È questo un primo dato di confronto fra due democrazie del G7: diverse fra loro, ma oggi ravvicinate nell'”Occidente” contro l’ostilità aggressiva di Russia e Cina.

L’Agenda Biden era e resta il programma “dem” con cui il presidente ha affrontato e sconfitto Donald Trump al voto 2020. Dopo 18 mesi, tuttavia, il Build Back Better era ancora fermo allo stato di “libro bianco”. E gli ostacoli parlamentari per la Casa Bianca sono sorti principalmente all’interno del Partito Democratico. Fin dal primo giorno l’Agenda Biden ha rivelato tutte le difficoltà a “federare” in concreto le forze politiche e sociali ricompattate dall’intento di detronizzare “The Donald” (forze che difficilmente si sarebbero neppure imposte se il voto non si fosse tenuto eccezionalmente nel pieno della seconda ondata Covid). La piattaforma dello sfidante “dem” di Trump è stata d’altronde abile nel cogliere al massimo il punto debole del quadriennio repubblicano: l’aver mantenuto e forse accresciuto le diseguaglianze socioeconomiche, pur avendo rilanciato il Pil e l’occupazione. Di qui un’Agenda bilanciata fra classiche istanze sociali (più tasse per più spesa pubblica e impegno ad alzare per legge i salari minimi) e orizzonti più politicamente aggiornati all’insegna all’ecosostenibilità (più tasse per più investimenti in transizione energetica e “infrastrutturazione verde”).

Nei fatti, la distanza fra l’ala radicale (“neo-socialista”) del partito e quella centrista – legata all’establishment finanziario, accademico e mediatico – si però è rivelata quasi pari a quella fra “dem” e repubblicani.  L’Agenda è giunta infine al traguardo, ma ridimensionata: quasi dimezzata rispetto ai 700 miliardi di dollari ipotizzati. La contro-riforma fiscale, in particolare, è risultata nettamente ammorbidita rispetto alle premesse (ad esempio, a vantaggio dei grandi fondi di private equity) e non ha compreso un aumento dal 21 al 28 per cento dell’aliquota-base della corporate tax. Non da ultimo, l’Agenda è stata oggetto di uno spettacolare maquillage politico-mediatico: è stata  infatti ribattezzata “Inflation Reduction Act” anche se non è articolata principalmente in misure di supporto alle famiglie colpite da rincari vicini al 10 per cento; e anche se numerosi economisti sostengono che la manovra stessa sia in realtà a forte rischio inflazionistico.

Senza forti compromessi, tuttavia, l’Agenda sarebbe probabilmente rimasta tale in un Senato spaccato a metà (decisivo il voto della vicepresidente Kamala Harris) anche dopo che i senatori “dem” centristi avevano tolto i loro veti. Il ricompattamento dei “dem” è stato dettato essenzialmente dall’emergenza elettorale: a tre mesi dal voto, la popolarità interna di Biden è ai minimi e i sondaggi prevedono una netta sconfitta “dem” e la perdita del controllo di entrambi i rami del Congresso. E quindi il probabile inizio di un biennio “horribilis” verso le presidenziali 2024. Ora, però, un pezzo importante di Agenda è diventato legge. E il suo impatto andrà misurato nei sondaggi prima e nei tabelloni dei risultati poi.

L’Agenda Draghi è nata e vive ora in un contesto diverso. Essa resta, fondamentalmente, il Pnrr: la declinazione italiana del Recovery Fund Ue. Nella sostanza, il discorso di congedo di Draghi davanti alle Camere è stato un riepilogo di “missione compiuta” del Governo istituzionale (la messa sui binari del Pnrr) e di raccomandazioni per il suo sviluppo. È un’agenda “politica” nella misura in cui nessun esecutivo che si formerà a Roma dopo il voto potrà prescindere dagli impegni presi da Draghi con l’Ue: che – fra l’altro – comprendono in via implicita l’obiettivo di normalizzare il debito pubblico, anche se prevedibilmente in un quadro modificato di parametri europei.

Se Draghi nega che la sua “Agenda” sia a disposizione di singole forze politiche può essere comprensibile che i partiti che hanno votato il Pnrr e la fiducia al Premier (tutti salvo FdI e frange dell’estrema sinistra) si affannino a intestarselo. Le stesse dimissioni di Draghi, in fondo, sono maturate come presa d’atto che esiste un territorio di esclusiva competenza della politica: a maggior ragione quando si avvicinando le scadenze sovrane di una democrazia elettorale. Non appare quindi paradossale che la campagna elettorale stia dipanando programmi politico-economici che non sarebbe corretto testare con “l’Agenda Draghi” se non in caso di contraddizione manifesta. C’è chi ritiene prioritario in Italia abbassare le tasse per rilanciare la crescita e chi alzare le tasse per redistribuire redditi e ricchezze esistenti. Ancora una volta, nessun programma ha ragione in partenza: contano i risultati. Prima quelli elettorali e poi quelli dell’azione di governo.

Il destino reale dell’Agenda Biden – in un Paese completamente “sovrano”, non legato da accordi sovranazionali coma l’Italia nell’Ue – sembra dunque suggerire più di una riflessione. La prima è senz’altro che una campagna elettorale “contro” può conseguire successi imprevedibili, ma è alta la probabilità che vengano scontati in sede di “implementazione” dopo la vittoria. Comunque: una “agenda” ci dev’essere e chiara, anche se è rischiosa nelle sue posizioni. Il secondo messaggio è che un “campo largo” in rappresentanza elettorale dei ceti a basso reddito, dei ceti medi professionali urbani e dei ceti imprenditoriali e finanziari legati alla transizione digitale ed ecologica è praticabile, ma non è realmente maggioritario in quanto somma problematica di “agende” diverse (i fondi di private equity affiancati ai lavoratori). L’Agenda Biden – ed è una terza e finale considerazione – ci ricorda però che in una democrazia autentica tutto è possibile (ed è la famosa forza churchilliana del “peggior sistema politico salvo tutti gli altri”). Nessuno vince ai nastri di partenza. Nessuno vince senza Agenda.

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