Tutto è possibile per chi crede

- Giuseppe Frangi

Nella “Trasfigurazione”, Raffaello ha messo in scena non solo la gloria di Cristo, ma anche la necessità di confidare in Lui solo

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Raffaello Sanzio, Trasfigurazione (1518-20, particolare)

Gli misero alla morte, nella sala ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinal de’ Medici: la quale opera, nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava”.

Così Giorgio Vasari, il grande biografo di tutti i geni del nostro Rinascimento, ci ha tramandato lo choc causato dalla morte di Raffaello, nel 1520 a soli 37 anni. Nel palazzo bramantesco che fungeva da studio e abitazione era stato allestito il catafalco del grande artista. Dietro il suo corpo era stato appeso l’ultimo capolavoro, che sarebbe stato concluso dal suo allievo più fedele, Giulio Romano. Era la Trasfigurazione, celebre e drammatica rappresentazione dell’episodio raccontato dai tre Vangeli sinottici e di cui oggi 6 agosto cade la festa liturgica.

Raffaello aveva dipinto questa grande opera su commissione del cardinale Giulio de’ Medici ed era destinata alla Cattedrale di Narbonne in Francia, di cui il cardinale era titolare. Rispetto alla tradizione che vedeva questo soggetto molto frequente in particolare nel cristianesimo orientale, Raffaello introduce una novità: unisce la Trasfigurazione all’episodio che secondo i Sinottici era accaduto appena dopo, quando Gesù era sceso dal Tabor, cioè la guarigione del fanciullo ossesso. In realtà se osserviamo bene la grande composizione ci accorgiamo che quelli dipinti da Raffaello sono due momenti in simultanea. Nella parte alta, accesa dal bianco sfolgorante della nuvola che circonda Gesù, si assiste all’episodio canonico della Trasfigurazione; i tre apostoli, Pietro, Giovanni e Giacomo, abbagliati da tanta luce, cercano di proteggere lo sguardo. Gesù “trasfigurato” è accompagnato dalle apparizioni di Mosè ed Elia. A sinistra, inginocchiati, dipinti in dimensioni più piccole, ci sono i santi protettori di Narbonne, Giusto e Pastore.

La novità è quello che accade nella parte bassa, ai piedi del Tabor. Ci sono gli altri apostoli, con Matteo in primo piano. E c’è la famiglia del ragazzino “posseduto da uno spirito muto”, con il padre che implora ad occhi sbarrati gli apostoli di guarirlo e la madre inginocchiata di spalle. Il bambino è in piena crisi, con gli occhi rivolti all’indietro e solo il padre ne frena le convulsioni. Gli apostoli di fronte a loro non sono meno concitati: vorrebbero poter fare quello che Gesù abitualmente faceva, cioè guarire chi glielo chiedeva. Invece si scontrano con la loro impotenza. Parlano, si consultano tra di loro, ma non riescono nell’obiettivo. Sappiamo dai Vangeli come andò a finire: Gesù sceso dal Tabor, risolse la situazione e scacciò lo spirito muto. In mezzo a tanta confusione infatti era stato avvicinato dal padre che gli aveva spiegato come i discepoli non fossero riusciti a liberare suo figlio dallo spirito cattivo: è quest’esperienza di impotenza che Raffaello ha messo in scena, quasi in contrapposizione alla gloria sfolgorante della Trasfigurazione.

“Senza di te non possiamo far nulla” potrebbe davvero essere la didascalia di questa scena. Una situazione in cui gli apostoli sono chiamati ad imparare della semplicità del padre del ragazzo: davanti all’affermazione di Gesù, “tutto è possibile per chi crede”, lui risponde così “ad alta voce”: “Credo, aiutami nella mia incredulità”.

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