C’è qualcosa di peggio dell’insoddisfazione

- Fernando De Haro

L’insoddisfazione, a ben guardare, è di grande aiuto. E c’è sicuramente qualcosa di peggiore, di più pericoloso per l’uomo

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A volte perdiamo il nostro tesoro. Come dice una grande filosofa, la migliore del XX secolo, a un certo momento smettiamo di cercare noi stessi in una pura insoddisfazione. A un certo punto ci ritroviamo soddisfatti di noi stessi. Èd è miracoloso. Questo è il nostro tesoro. Ma ora ci sfugge quello strano e infinitamente improbabile compimento. Ci sfugge perché il compimento che accompagna un evento straordinario, inimmaginabile prima che accada, deve avere un significato. Se non sappiamo qual è il significato di ciò che è accaduto, è impossibile che duri in noi, è impossibile che raggiunga gli altri e che venga trasmesso. Se il tesoro ci sfugge è perché non sappiamo come chiamarlo. Un nome proprio reale come quello di un villaggio bianco su una collina, o di una montagna o di un bambino dal giorno del suo battesimo. 

Non siamo consapevoli del compimento che ha accompagnato ciò che ci è successo, ciò che continua ad accaderci. E quindi non abbiamo una storia da raccontare a noi stessi e agli altri. Restiamo come eravamo prima, da soli. E così aspettiamo segretamente che qualcuno con potestà ci spieghi cosa ci è realmente successo, qualcuno che stabilisca le regole. Diventiamo servili. Siamo più tranquilli se qualcuno arriva con una potestà che si fa carico della libertà (responsabilità) di dare un nome a ciò che è accaduto. 

È noto che il primo uomo era libero nell’Eden di dare un nome a ogni cosa. Ma sembra che questa libertà ci pesi troppo, attendiamo che qualcuno venga a dirci davvero come siamo stati liberati dalla pura insoddisfazione, da quella morte che sorge in noi ogni giorno. E così perdiamo il nostro tesoro e colui che esercita la potestà è lasciato solo, senza la compagnia di uomini liberi. 

L’ha già detto il miglior romanziere del XX secolo, il cuore vivo dell’essere umano è la cosa più meravigliosa del mondo. La sua capacità di amare, di fidarsi, di perdonare e di sacrificarsi per amore è ammirevole. Ma anche i cuori vivi dormono un sonno eterno sotto la terra del cimitero. Le nostre anime, i loro dolori e i loro amori, sono invisibili, non possono essere spiati attraverso le lapidi del cimitero. Questa è pura insoddisfazione. 

Ma c’è qualcosa di peggio dell’insoddisfazione. L’insoddisfazione assomiglia alle campane di un orologio che suona a Mezzanotte. L’insoddisfazione è l’annuncio che da un momento all’altro, qualcosa, Qualcuno, sta per arrivare. È l’annuncio che un nuovo giorno può iniziare. 

L’insoddisfazione, a ben guardare, è di grande aiuto. Certifica che qualcosa di nuovo può accadere. C’è qualcosa di molto peggio dell’insoddisfazione: la pretesa di chi comanda di interpretarla, di guidarla. Compaiono sempre traduttori e correttori di insoddisfazione. Alcuni hanno buona volontà. Ma inutile, e piuttosto pericoloso, è il lavoro dei traduttori dell’insoddisfazione. L’insoddisfazione è scritta in noi nella nostra lingua madre, con la grammatica dell’Eterno. I traduttori che mettono i loro timbri, le loro garanzie su cosa significa, come si interpreta e come si evitano pericolose deviazioni dall’insoddisfazione hanno paura dei dodici rintocchi. Attenzione ai moralisti, a coloro che chiamano prudenza il calcolo.

C’è una morte nel cimitero e una morte di ogni giorno. Come ha detto il romanziere, il dolore e le tempeste sono inseparabili dalla vita umana, anche se non tutto è dolore e tempeste. A volte sembra che gli eventi quotidiani della vita, legati al lavoro, all’amore e all’amicizia, siano difficili da affrontare come le sue tempeste. Le relazioni tra persone vicine sono raramente assolutamente trasparenti, a senso unico. Come dice il romanziere, quelle relazioni sono edifici dalle pareti spesse e con scantinati profondi. E nei loro corridoi e sotterranei rimangono nascosti cuori umani. Con la loro luce, con i loro rimproveri, con il loro desiderio eternamente insoddisfatto, con la loro stanchezza, con la loro verità, anche con la loro mitezza. 

Come dice il romanziere, non c’è nulla al di sopra dell’umanità dell’essere umano. E tutti lo capiamo. Ciò non significa che non ci sia nulla al di là dell’umanità dell’essere umano. L’Aldilà è diventato Aldiquà proprio perché l’umanità dell’essere umano sia l’eterna vincitrice. E l’Aldilà nell’Aldilquà arriva sempre con un nome proprio, con un suo modo di dare forma alle scarpe camminando, con un certo linguaggio. Non arriva in esperanto, nel linguaggio neutro e senza storia che gli anarchici sognavano. Senza un certo modo di dare forma alle scarpe non c’è Aldilà nell’Aldiquà. 

Non ci sono macchine che portano informazioni dall’alto. Non ci sono mediatori neutrali. L’Aldilà non detta ai suoi eletti ciò che devono dire, li fa camminare in un certo modo. È successo qualcosa che ci ha fatto capire che non c’era niente di più importante della nostra umanità, dell’umanità di ogni essere umano. È successo a noi perché l’Aldilà è venuto a noi attraverso una catena di umanità. Questo è, questo era, il nostro tesoro. Fino a quando non ci siamo dimenticati di nominarlo, fino a quando non abbiamo smesso di guardare qualcuno che dava forma alle scarpe camminando, fino a quando non abbiamo imparato la lingua neutra dell’esperanto. 

Ora ci consideriamo tutti uguali e guardiamo solo le nostre scarpe. Sappiamo tutti le stesse cose e nessuno sa nulla.

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