20 ANNI DI EURO/ Il fallimento europeo che può darci ancora anni di crisi

- int. Luigi Campiglio

Sono passati 20 anni dall’inizio della circolazione dell’euro. Il bilancio non è complessivamente positivo e le prospettive non sono rosee

euro digitale
(LaPresse)

Nel 2022 si festeggeranno i 20 anni dall’inizio della circolazione di banconote e monete in euro, anche se in realtà l’introduzione della moneta unica risale al 1999 e, come noto, l’Italia ne entrò a far parte quasi in extremis, quando sembrava dovesse restarne fuori, anche a costo di un’eurotassa varata dal Governo Prodi nel dicembre del 1996. Che bilancio si può fare dopo (più di) 20 anni dell’euro? «Il quadro complessivo è fatto di luci e ombre. Ombre soprattutto.

In particolare per l’ambizione politica che c’era dietro la nascita della moneta unica», ci dice Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano.

A che cosa si riferisce?

Il progetto unitario europeo nacque con l’idea che la politica si sarebbe trascinata dietro l’economia. Ciò non è avvenuto e ha in certo senso obbligato a seguire il percorso inverso, cioè fare in modo che l’economia trainasse la politica, con una parola d’ordine: la convergenza. Oggi parleremmo di una crescita sostenibile nella convergenza, in modo che chi è più indietro vada più veloce per raggiungere l’obiettivo di un tenore di vita ragionevolmente omogeneo in tutta l’Eurozona.

In effetti, l’unione politica ancora non c’è, ma nemmeno la convergenza economica è stata raggiunta.

Fino alla crisi del 2008, le cose sono state andate abbastanza bene nel processo di integrazione e convergenza. Dopo sono emerse con decisione le criticità di tipo politico, non economico, dell’Ue. È diventato evidente, per usare le parole di Orwell, che tutti i Paesi sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. E c’è un episodio che secondo me l’ha reso palese.

Quale?

La crisi greca. La gestione che ne è stata fatta ha mostrato una durezza senza precedenti all’interno di una comunità che aveva ben altre ambizioni di unità e di convergenza. È vero che la Grecia non era esente da colpe, visto quel che aveva fatto con i suoi conti pubblici, ma il prezzo che ha pagato è stato veramente molto pesante, in termini umani ed economici.

Ad andare in crisi in quegli anni non è stata però solo la Grecia…

Tutto il Sud dell’Europa è stato travolto dalle politiche dell’area euro non così tempestive come quelle che ci sono state negli Stati Uniti. Quindi, dopo le luci iniziali, sono arrivate le ombre, le manovre di austerità, che oggi con una tale disinvoltura da lasciare attoniti sono dichiarate estinte proprio da chi le ha volute fortemente. Adesso si dice che non furono politiche adeguate, peccato che nel frattempo chi le ha seguite o addirittura, come nel nostro caso, ha deciso di incorporarle nella Costituzione (il pareggio di bilancio previsto nell’articolo 81), ha perso anni preziosissimi di crescita.

Tra gli anni di luce e quelli di ombra quali prevalgono?

Nel complesso, al momento, le luci iniziali non sono sufficientemente forti da cancellare le ombre, perché il tenore di vita pro capite, che considera quindi la gran parte della popolazione dell’Eurozona, oggi è mediamente più basso rispetto al 1999.

Tra l’altro, Professore, a metterci la pezza fondamentale di fronte alla crisi che si era determinata è stata la Bce, non la politica.

Il punto di svolta, che ha dato giustamente a Draghi la grande notorietà che ha, è stato il whatever it takes, un cambio di passo che ha salvato l’euro e che ha mostrato che il Premier italiano non era solo un tecnico, ma anche un politico.

Un cambio di passo che forse gli è stato consentito dalla politica, in particolare da Angela Merkel, magari perché non facesse lei un passo ancora più importante.

Sì. La Merkel, per gli anni più recenti merita un 10, mentre in quelli relativi alla crisi della Grecia è stata decisamente insufficiente. Credo sia emersa anche la necessità che il Presidente della Bce abbia in una qualche misura delle capacità politiche, perché occorre mediare tra le esigenze dei diversi Paesi. Draghi è riuscito a fare quello che ha fatto agendo anche coi guanti, perché in quel momento la Germania era al massimo del suo potere.

Fatto un bilancio del passato, che prospettive vede per il futuro?

Si dice che il famigerato, non so come definirlo altrimenti, Patto di stabilità e crescita verrà rivisto. Sarei molto cauto sul risultato finale, perché per quanto riguarda l’Italia emergerà certamente un’attenzione sulla questione del debito pubblico.

Che è diventata particolarmente problematica dopo il Fiscal compact.

Esatto. Adesso andrebbe accantonato come si è detto dell’austerità. Anche perché è forte il rischio che l’Italia venga penalizzata nel grande processo di transizione che coinvolge l’economia rispetto alla Germania se le regole di cui si comincerà a discutere saranno tali da penalizzare investimenti che certamente vanno monitorati e controllati, ma sono fondamentali per non ritrovarsi con un sistema produttivo arretrato e con una conseguente crescita asfittica.

A proposito del futuro del Patto di stabilità e crescita, nei giorni scorsi il Commissario Gentiloni, in un’intervista alla Faz, ha proposto di consentire a ogni Paese di negoziare autonomamente con Bruxelles un percorso di riduzione del debito, ma con regole stringenti. Non c’è il rischio che quella che appare come una buona soluzione possa poi portare a un risultato negativo visto il negoziato politico che comporterebbe?

In effetti ricorda un po’ il motto latino “divide et impera”. C’è il rischio di avere ancora Paesi più uguali degli altri. Il che ci riporterebbe in un periodo non di luci, ma di ombre.

(Lorenzo Torrisi)

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