ABORTO ANTI-COSTITUZIONALE/ Polonia, quel sillogismo che squalifica chi è per la vita

- Dario Chiesa

La recente sentenza sull’aborto della Corte Costituzionale polacca dà fastidio alla Ue e alla cultura mainstream dominante in occidente. Ecco perché

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Manifestazione pro aborto in Polonia

La recente decisione con la quale la Corte Costituzionale polacca ha definito anticostituzionale il ricorso all’aborto nei casi in cui vi siano patologie irreversibili e malformazioni embrionali ha suscitato le violente reazioni delle organizzazioni pro aborto e delle opposizioni al governo. La decisione è stata invece accolta favorevolmente dall’episcopato polacco e da molte associazioni cattoliche.

Anche fuori della Polonia le reazioni di critica o condanna sono state numerose, da parte di femministe, progressisti, sinistra in genere e da una parte di cattolici. Dunja Mijatović, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha definito la decisione “Un triste giorno per i diritti delle donne”. Come è noto, la Polonia è da tempo sotto il tiro della Ue, insieme all’Ungheria, accusata di discriminazione verso il mondo Lgbt e per la sua legislazione molto restrittiva sull’aborto. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, l’aborto in Polonia rimane legale solo se è a repentaglio la vita della madre o in caso di stupro.  

Anche lasciando da parte il giudizio morale sull’aborto, vi è molto da dire sulla posizione che si sta delineando come dominante all’interno dell’Ue e dell’Occidente in generale. La questione polacca può essere spiegata con un sillogismo. Premessa maggiore: l’aborto è un diritto; premessa minore: chi nega un diritto è contro la democrazia; conclusione: chi è contro l’aborto non è democratico. Alla luce di questo sillogismo, la Corte, il governo e la Chiesa della Polonia sono, automaticamente, antidemocratici, reazionari e via dicendo.

Perché un sillogismo sia vero è innanzitutto necessario che la premessa maggiore sia vera: in questo caso, che l’aborto sia un diritto indiscutibile della donna, affermato in modo apodittico, cioè vero per se stesso. Una tesi molto difficile da sostenere e la stessa dizione “diritto all’aborto” sembra fatta per spostare la discussione dalla oggettività dell’aborto alla soggettività del diritto. Se la discussione fosse centrata sull’aborto in sé, il punto centrale diverrebbe la domanda di fondo: “il grumo di cellule” diviene un essere umano solo dopo la nascita? Una risposta positiva sarebbe oggettivamente improponibile e, infatti, la maggior parte delle leggi che consentono l’aborto prevede un limite temporale, normalmente al massimo entro le 24 settimane di gestazione.

Questa scelta è normalmente dettata dal dibattito politico e ideologico, come è dimostrato dalla scarsissima accoglienza del dato reale rappresentato dal battito cardiaco del feto. Il battito cardiaco, elemento principale per stabilire la vitalità di un essere umano, identifica senza dubbi il momento in cui il “grumo di cellule” diventa un essere vivente. Le moderne tecniche consentono di stabilire tale momento attorno alla sesta settimana di gravidanza, termine ben più ridotto rispetto a quelli in vigore per l’aborto. Ma, come detto, la questione ruota non attorno alla realtà di ciò che cresce nel ventre della donna, ma in un suo inconfutabile diritto a disporne. È necessario perciò ridurre il feto a un oggetto, altrimenti si creerebbe un conflitto con il suo diritto alla vita e il diritto della donna troverebbe un limite nel diritto alla vita del feto. Invece, in questo modo, si fa tornare alla ribalta i diritti del pater familias romano, sia pure in versione femminile e, per fortuna, più limitata.

L’obiezione, di solito, è che queste leggi non impongono l’aborto, riconoscono solo il diritto di effettuarlo per chi vuole, e chi non vuole abortire è libero di farlo. È la giustificazione con cui politici cattolici hanno sostenuto tali leggi, come Andrew Cuomo, il governatore dello stato di New York, o Joe Biden. Allo stesso modo, tuttavia, si dovrebbe appoggiare una legge sull’antisemitismo che non lo imponga, ma semplicemente lo permetta, sia pure nei limiti consentiti dalla legge, come avviene per l’aborto. Una ipotesi assurda? Certo, ma solo perché qui la premessa è, giustamente, che l’antisemitismo non è un diritto individuale, non confutabile ma solo regolabile. Il diritto di vita e di morte sul proprio figlio è invece considerato un diritto inalienabile, che solo reazionari come certi governi e la Chiesa, tranne suoi illuminati membri, cercano di negare.

Il governo polacco è sotto accusa anche per aver inserito nella Corte Costituzionale persone vicine al proprio schieramento politico, da qui la votazione 11 a 2 a favore della risoluzione. Dimostrazione della deriva antidemocratica e autoritaria della maggioranza di destra che governa la Polonia, peraltro eletta dai cittadini polacchi, come prevede la democrazia. È la stessa polemica in atto negli Stati Uniti sulla designazione di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema da parte di Donald Trump. La “colpa” della Barrett è di essere contraria all’aborto e alle ideologie gender, per di più è cattolica. La sua entrata nella Corte sposterebbe a “destra” la maggioranza ed è quindi di per sé considerata una grave minaccia alla democrazia, per la quale aborto e gender sono diventati gli indicatori principali. E per l’ideologia dominante, contrariamente al solito, il fatto che la Barrett sia una donna diventa un fattore pesantemente negativo.

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