ADDUCI/ “Se invece di sbattere gli occhi”: in cerca della bellezza. L’intervista

- Paolo Vites

L’esordio del cantautore napoletano Vincenzo Adduci, un disco introspettivo e ricco di poesia. Lo abbiamo intervistato

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Foto di Giulia Bartolini

Nonostante tutto, si incappa ancora seppur sempre più raramente in dischi che vale la pena ascoltare. E’ il caso dell’esordio del cantautore napoletano di origine, ma residente a Milano, Vincenzo Adduci, in arte semplicemente Adduci.

“Se invece di sbattere gli occhi” è un lavoro essenzialmente acustico, minimale, delicato nei testi e nella musica, ricco di mestizia, di riflessioni, di poesia. Un ep al suo attivo, pubblicato nell’ormai lontano 2016, con il nome di Candybag a cui partecipano Donnie Vie degli Enuff z’Nuff e Baz Francis dei Magic Eight Ball, rappresentanti del rock alternativo americano con i quali prenderà parte anche a diversi concerti.

Quindi l’incontro con Lele Battista (ex La Sintesi) e Yuri Beretta (ex Genialando) che lo affiancano in qualità di produttori e soprattutto dell’etichetta Adesiva Discografica di Paolo Iafelice. Ne esce questo disco, registrato tre anni fa ma pubblicato solo adesso a parte un paio di brani lo scorso anno, dove la chitarra con corde di nylon (Adduci ha studiato chitarra classica) sostiene il tutto, anche se non mancano brani dal taglio più pop rock che rimandano al Battiato dei tempi de La voce del padrone (Parte di me).

Altrove come in Nessuna garanzia si aggiunge un violino e l’incedere è quasi jazzato, mentre nella bella e coinvolgente Ultimo poeta, la fisarmonica di accompagnamento ricorda il primo De André. Testi e ambientazioni riflettono echi di solitudine, mancanza di riferimenti, perdita, forse il risultato di quella pandemia che non ci ha ancora lasciato e che ha tracciato un solco profondo dentro di noi. Questo disco è un ottimo balsamo per venirne fuori. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Registrato nel 2018, uscito adesso, come mai?

Avevo urgenza di registrare subito queste canzoni, per catturare l’ispirazione nel momento più adeguato. Non avevo però alcuna fretta di pubblicarle, ho quindi deciso di prendermi tutto il tempo necessario per rifinire il lavoro con calma, per lasciare decantare alcune cose e poi pianificare al meglio la promozione dell’album. Anche l’emergenza sanitaria ha contribuito ad allungare i tempi.

Da Napoli a Bologna a Milano: dove sono le tue radici? Che cosa hai abbandonato e che cosa hai trovato?

Me lo domando spesso anche io, ma faccio fatica a individuare delle radici precise. Ognuno di questi luoghi mi ha dato qualcosa e ne ha portate via delle altre. È rimasto ciò che conta: una manciata di persone e di ricordi che fanno di me quello che sono e quello che sarò.

Hai fatto precedenti esperienze discografiche, l’ep Ending: che musica facevi allora?

Ho registrato diversi album come chitarrista e alcuni singoli come produttore.
L’ep Ending è stato il mio primo esperimento con canzoni scritte da me, ne ho un bellissimo ricordo. Si trattava di una raccolta power pop, una commistione tra cantautorato e vibes anglosassoni anni ‘60.

Quali i tuoi punti di riferimento musicali?

Ne ho davvero molti, dai Beatles ai Lemon twigs, da Tenco a Bobo Rondelli passando per Giovanni Truppi e i La Sintesi… ma anche i RHCP o Sergio Cammariere, potrei andare avanti per giorni.

Brani ricchi di mestizia, malinconia, nostalgia sia le musiche che i testi: sei sempre stato così? O queste canzoni riflettono un momento particolare?

Sono canzoni legate a un periodo, ma io sono sempre stato più o meno così per indole. Come tutti ho diverse sfumature caratteriali e mi succede anche di essere più allegro del dovuto. Nelle mie intenzioni queste canzoni non volevano essere “tristi”, ho solo voluto scegliere una precisa tonalità emotiva per questo racconto.

Ti consideri un cantautore classico (si sentono echi di De André)? Hanno ancora senso oggi certe etichette, come “cantautore indie”?

Mi considero un cantautore. Il resto delle etichette possono avere senso allo scopo di classificare gli artisti e guidare il pubblico all’ascolto, per orientarsi tra le proposte veramente sterminate del mercato di oggi. Chiaramente questo può ritorcersi contro e rischiare di essere controproducente.

In Cerchio sul display ma anche Parte di me o la bellissima Ultimo poeta, ma in tutto il disco in fondo prevale un senso di dislocazione, di perdutezza, di solitudine, sei d’accordo?

Volevo che queste canzoni fossero fuori dal tempo pur raccontando degli attimi precisi, un po’ come succede per le fotografie. La solitudine che si percepisce è la conseguenza del tipo particolare di prospettiva: in questi ritratti c’è una persona che è sola nella propria testa, ma è impegnata a fare i conti con gli effetti procurati dagli altri intorno a sé.

In Cerchio sul display dici “il peso della mia coscienza mi sta consumando”, è un senso di colpa?
Anche. In senso più ampio si tratta di un senso di inadeguatezza nei confronti della società, di come crediamo di dover essere per soddisfare le aspettative degli altri. Ma “al mondo non fa differenza”.

Parte di me musicalmente mi ricorda il Battiato dei tempi La voce del padrone, sei d’accordo?

È un feedback di cui sono onorato! Per questo il merito va sicuramente all’ottimo lavoro di Paolo Iafelice: per esempio quello che si sente in Parte di me è un pianoforte vero, è stato lui ad averlo trasformato dopo averne colto l’essenza. Parte di me ha avuto una genesi davvero curiosa, alla sua nascita era un brano completamente diverso, prima cantautorale, poi quasi brit pop… ma non ci convinceva. Ha poi assunto la forma definitiva casualmente, durante un viaggio in macchina con Giuseppe Porciello (Pepz) e Mario Palladino (Myhoo), che sono i due musicisti/amici con cui ho arrangiato questo album. Ci siamo fermati al bordo della strada per registrare una nota vocale e siamo corsi a casa per preparare una bozza. Il giorno dopo eravamo in studio per immortalarla. “Non stavo cercando nulla fuorché la bellezza” dici. L’hai trovata? Dove si può trovare oggi la bellezza?

L’ho trovata. La bellezza è ovunque per chi ha la fortuna di riuscire ad apprezzarla. Spesso basta semplicemente volerlo.musica

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