Affidi illeciti il “caso zero”/ Indagò il PM di Sabani: si suicidò tutta la famiglia

- Niccolò Magnani

Il “caso zero” di Bibbiano e Reggio Emilia: suicidio di una famiglia a Sagliano dopo accuse simili al caso “Angeli e Demoni” e “Veleno”. Indagò il pm accusatore di Sabani

Polizia a scuola
Polizia (LaPresse, immagini di repertorio)

Il caso “Angeli e Demoni” di Reggio Emilia e Bibbiano, con gli affidi illeciti e i bimbi tolti ai genitori in maniera del tutto indegna e ignobile è ancora all’inizio delle indagini eppure le testimonianze, i sospetti e le anticipazioni continuano ad emergere in qualità impressionante: negli ultimi giorni, la giornalista de Il Fatto Quotidiano Selvaggia Lucarelli ha raccontato un’inquietante storia vera proveniente da Sagliano (a Biella) che direttamente non ha nulla a che vedere con il centro Hansel e Gretel, con “Veleno” e con la Val d’Enza, eppure nei metodi e nei contenuti rappresenta una sorta di “caso zero” dai tratti allucinanti. «La storia di un’intera famiglia che si suicidó nel 1996 per atroci accuse di abusi su due bambini e con le perizie dei soliti nomi (Foti/Roccia del centro Hansel e Gretel e la Giolito del caso Veleno)» attacca la Lucarelli nel lungo reportage dal Biellese. Un caso in realtà dimenticato dalle luci della cronaca nazionale ma non da quella locale che ancora oggi ricorda la storia dei due nonni e dei 2 figli che in u giorno di giugno si suicidarono respirando gas di scarico nel garage della loro abitazione a Sagliano Micca, in provincia di Biella. Tutti accusati di aver sottoposto alle più raccapricciati pratiche sessuali due bambini, i figli di Guido e nipoti di Maria Cristina, quel giorno erano attesi in tribunale per l’udienza del processo appena iniziato: perché “caso zero” di Reggio Emilia? Perché in quel processo decisivi furono le perizie di due consulenti, «Cristina Roccia, una delle psicologhe coinvolte nella vicenda “Veleno” e colui che all’epoca era suo marito, ovvero quel Claudio Foti del Centro Studi di Moncalieri Hansel e Gretel, oggi agli arresti domiciliari per la vicenda di Reggio Emilia», racconta ancora la Lucarelli.

IL ‘CASO ZERO” DI SAGLIANO: L’INCHIESTA DI SELVAGGIA LUCARELLI

All’epoca soltanto Vittorio Sgarbi e pochi altri si schierarono in difesa degli imputati per le troppe poche prove presentate a loro carico e per quel gesto eclatante col quale l’intera comunità venne scossa: «Quattro innocenti sono costretti ad uccidersi perché il tribunale di Biella non ha dato la possibilità di dimostrare la loro innocenza», così scrissero nel biglietto lasciato sul crosciato dell’auto dentro la quale si suicidò l’intera famiglia. La denuncia sui fatti atroci e orribili compiuti contro i bimbi fu fatta dall’ex moglie di Guido, Daniela che in quel momento si stava separando dal marito: «A un mese dall’udienza di separazione Daniela porta il loro bambino Angelo, di 9 anni, presso il Servizio di Neuropsichiatria Infantile di Vercelli che a sua volta fa una segnalazione al Tribunale dei minori di Torino. Il bambino accusa suo padre Guido, sua nonna paterna Alba e sua zia paterna Maria Cristina di avere rapporti incestuosi in sua presenza e di abusare di lui oltre che della sua cuginetta Linda, figlia di Maria Cristina», riporta la cronaca de Il Fatto. Racconti di inimmaginabili torture sessuali, storie incestuose orrende e violenze inaudite: con questo carico di accuse, la denuncia parte senza problemi e il caso inizia ad ingrossarsi: il 3 giugno il pm Alessandro Chionna li fa arrestare tutti con manette e scene date in pasto ai media dell’epoca con l’accusa di abusi sessuali su minori. Il magistrato Chionna fu lo stesso grande accusatore di Gigi Sabani e Valerio Merola nel caso “Varietopoli” che portò all’arresto del comico nel 1996, proprio dopo due settimane dopo il suicidio della famiglia Ferraro, con le accuse di truffa a fini sessuali e induzione alla prostituzione. Tanto nel caso Sabani – tolto a Chionna perché divenne amante della ex fidanzata del presentatore – quanto nel caso Ferraro però i prospetti iniziali vennero del tutto smentiti dai fatti, o quantomeno messi in discussione: il 5 giugno del 1995 Chionna e il maresciallo Santimone «interrogano il piccolo accusatore Angelo. Il bambino conferma la versione orgiastica della storia, ma poi, quando gli si fa notare che il racconto è inverosimile, cambia completamente rotta e ritratta tutto». Vengono scarcerati ma tenuti comunque sotto inchiesta con altri interrogatori ai bambini e nuove accuse che spuntano all’improvviso: la storia purtroppo continua e quando ormai il processo stava per cominciare e l’opinione pubblica, assieme ai magistrati, sembravano tutti contro la famiglia Ferraro, l’orribile atto di quadruplo suicidio stronca tutto e tutti facendo di fatto finire anche l’inchiesta dichiarata con sentenza di improcedibilità. La chiosa della Lucarelli prova a tirare le fila di una storia mai risolta ma che oggi, con i casi Reggio Emilia e Veleno, rischia di vedersi del tutto ribaltata: «Quattro morti, una verità mai accertata e ombre antiche, che dopo 23 anni, spuntano fuori da una vecchia botola. L’unica che è davvero esistita, in questa orribile vicenda. No, non è stato meglio così».



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