AIRBNB/ Il problema della tassazione da risolvere dopo il coronavirus

- Vittorio Ferri, Francesco Gastaldi

Non si può certo pensare che il fenomeno AirBnb possa essere fermato. Tuttavia è giusto che sia regolato anche dal punto di vista fiscale

Edifici
Edifici (Pixabay, 2020)

AirBnB è il più famoso sito di affitto di case a livello internazionale, la sua diffusione “epidemica” in molti centri storici di città italiane (per esempio, Venezia, Firenze, Bologna, Napoli) è al centro di dibattiti e controversie circa gli effetti urbani generati e i processi economici e territoriali che si mettono in atto, principalmente sui mercati immobiliari locali. La piattaforma è spesso accusata di “cacciare” i residenti dei quartieri tradizionali, elevare i prezzi degli affitti, compromettere l’identità dei luoghi attraverso processi di iper-turisticizzazione, favorire forme di evasione fiscale o perfino snaturare l’idea iniziale di sharing economy.

Sono numerose le esternalità negative contestate ai fenomeni generati da AirBnB: le distorsioni nel mercato immobiliare e degli affitti, la concorrenza sleale verso le forme tradizionali di pernottamento (che creano maggiori effetti economici per le destinazioni), la trasformazione delle città in luoghi di consumo e addirittura in merce.

AirBnB è nato come portale per l’incontro fra domanda e offerta di case, stanze e appartamenti privati, per soggiornare in ogni parte del mondo, con diversi livelli di prezzo. La denominazione degli utenti si distingue in host, per le persone che affittano un alloggio, e in guest, per coloro che effettuano la prenotazione. Come ormai la gran parte dei siti di sharing economy, anche AirBnB contempla la possibilità di lasciare o leggere delle recensioni.

Si tratta di un fenomeno con diffusione recente (il portale marketplace AirBnB è stato fondato a San Francisco nel 2008) che ha alimentato un dibattito con molte retoriche anti-capitaliste e anti-mercatiste, hanno fatto capolino perfino posizioni anti-urbane.

A distanza di 12 anni, dal 2008 all’inizio del 2020, prima del coronavirus, AirBnB si è diffuso in tutto il mondo, oltre 2 milioni di persone soggiornano in alloggi affittati sulla piattaforma ogni notte, sono pubblicati 7 milioni di annunci provenienti da tutto il mondo e sono offerti alloggi in 100.000 città. Si tratta di numeri impressionanti che interrogano non solo per il successo, ma per gli effetti sui tessuti urbani che vedono spesso amministratori locali impotenti e movimenti di cittadini mobilitarsi contro l’eccessiva turisticizzazione, che, è bene ricordalo, non è imputabile solo a AirBnB, ma alla crescente presenza di popolazioni non residenti alloggiate nelle strutture ricettive e di contatto (gli escursionisti) nelle città rispetto a quella residente.

Prima del coronavirus, la questione fiscale collegata allo sviluppo di AirBnB, ha suscitato aspri dibattiti e merita un approfondimento. La tassazione è una funzione fondamentale degli Stati. In Italia il fisco presenta da tempo inefficienze e iniquità (tra queste l’evasione fiscale) nelle forme tradizionali di tassazione, il capitale, il lavoro, il reddito, il patrimonio. In particolare, rispetto ai temi di questa nota, è molto lento a considerare i cambiamenti tecnologici, economici e sociali determinati dai cambiamenti dell’economia e dalla globalizzazione dei mercati. Inoltre, non considera le scelte degli altri Paesi, con regimi fiscali molto diversi, o addirittura con paradisi fiscali e fatica a individuare basi imponibili e soggetti passivi appropriati per i flussi di comunicazione, di dati, di capitali, di persone a livello globale. In pratica, la diffusione delle piattaforme on line per la vendita di beni e servizi a imprese e consumatori, rende difficile individuare, cosa tassare, dove, come e quanto non solo parte degli Stati, come già avviene per giganti come Apple, Google, Microsoft, ma anche nell’Unione europea.

Non esiste una legislazione internazionale che riesca a mettere ordine nel macro-mondo della sharing economy. Si è cercato di disciplinare, almeno in parte, l’home sharing. In Europa e negli Stati Uniti si è cercato di affrontare il vuoto presente nelle leggi di vari Stati da tre angolazioni differenti: la tassazione degli immobili residenziali affittati a breve termine: come e in che misura imporla; la protezione dei residenti: limitazioni o proibizionismo?; le garanzie offerte ai gestori e ai fruitori.

In Italia la diffusione degli affitti AirBnB ha contribuito a valorizzare una parte del patrimonio immobiliare fornendo ai proprietari, gravati dalla tassazione patrimoniale Imu, un reddito maggiore rispetto all’affitto tradizionale. È stato introdotto il regime della cedolare secca con il pagamento del 21% dei guadagni annuali dichiarati per affitti brevi.

Alcuni emendamenti (poi ritirati) al DL Milleproroghe avevano proposto numerose limitazioni e generato conflitti tra i partiti di maggioranza. Vale la pena di ricordare tre questioni: il numero di alloggi offerti in affitto per determinare la costituzione di un’attività imprenditoriale da assoggettare o escludere dal regime delle partite Iva; le limitazioni all’affitto della prima casa, in quanto beneficia dell’esenzione Imu; la concentrazione dell’offerta nel centro della città.

Nei periodi di avvio, diffusione, consolidamento e di sostanziale saturazione, almeno in Italia, della pandemia da coronavirus, sono stati ridefiniti gli spazi vissuti dalle persone e le scelte dei turisti a livello nazionale e internazionale in relazione alle variabili socio-economiche, alla diffusione del virus, alla percezione di pericolo, alle normative diverse sugli spostamenti fra stati e così via.

A ben vedere, per AirBnB e coronavirus, sono importanti i movimenti, i contatti tra le persone. Per entrambi i processi diffusivi si concentrano principalmente nella città. L’evoluzione della pandemia ha avuto effetti molto negativi per il mercato degli affitti brevi. Le prospettive di crescita di AirBnB, che prima dell’epidemia aveva annunciato la quotazione in borsa, ora sospesa, sembrano incerte nel quadro di massima incertezza della stagione turistica in corso e delle prospettive per l’intero settore turismo.

Tuttavia, anche dopo la diffusione del coronavirus, alcune considerazioni/proposte restano valide per la situazione italiana. In primo luogo, è robusta l’evidenza che, da un lato, un fenomeno di successo come questo non può e non deve essere arrestato. Dall’altro, non è desiderabile una “benevola disattenzione” da parte delle autorità e trascurare questa fonte di gettito per finanziare la spesa pubblica. Il malcontento che dilaga tra gli albergatori e i cittadini residenti richiede normative efficienti, efficaci ed eque. In una parola: semplici. Queste forme di regolazione e di tassazione è bene che siano a cura di governi e amministrazioni locali, più vicini al territorio, più di quanto possa essere un livello di governo superiore, e migliori conoscitori di dinamiche, specificità e esternalità del fenomeno AirBnB.

In secondo luogo, è necessaria la collaborazione tra i portali home sharing e i governi locali, in modo da poter rendere facili e veloci i controlli e lo scambio di dati e comunicazioni con l’Agenzia delle Entrate. 

In terzo luogo il pagamento dell’imposta di soggiorno da parte degli ospiti e il successivo versamento nelle casse dei comuni da parte degli host, non può limitarsi ad alcune singole città. Tale onere deve quindi essere applicato da tutti i comuni turistici, definiti con modalità diverse dalle regioni, con importi differenziati che verranno deliberati dal singolo comune.

Prima del coronavirus il dibattito su AirBnB si era concentrato sulle esternalità negative e sulla questione fiscale. Ora, anche AirBnB deve adattarsi alle incertezze e ai cambiamenti, ai nuovi modelli di comportamento sociale che riguardano tutto il settore del turismo nelle città. Restano valide le ragioni a favore della regolazione del fenomeno AirBnB da parte dei governi locali e di uguale trattamento fiscale tra le diverse componenti dell’offerta di capacità ricettiva, anche in tempi di crisi del settore turismo.

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