ALITALIA/ Così i dipendenti possono partecipare al salvataggio

- Guido Gazzoli

La nazionalizzazione di Alitalia non è da escludere. E un ruolo importante potrebbero averlo anche i dipendenti se lo si volesse

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Lapresse

Mentre alcuni giornali annunciano incontri con Lufthansa, che avrebbe aumentato la sua offerta, si parla sempre di più della volontà di dar vita a una nazionalizzazione di Alitalia, il cui processo iniziale durerà circa un anno, fatto per cui è stata elevata di circa 50 milioni di euro la cifra messa a disposizione della compagnia per sopravvivere.

Ancora però non si conoscono molti particolari dell’intera faccenda, ma si percepisce che anche questa operazione non sarà senza problemi, anche se ridotti, per il personale e anche per gli eventuali rinnovi e acquisizioni di una flotta che deve rafforzarsi soprattutto sul lungo raggio.

Proviamo, però, dopo tanta metafisica e fantasia di tutta questa vicenda, a proporre qualcosa di concreto che potrebbe rappresentare una soluzione non solo per Alitalia, ma per l’intero sistema industriale del nostro Paese. Alla luce non solo di un’attualità in continua e accelerata evoluzione, ma anche per evitare che i vari calvari imprenditoriali possano proseguire.

La novità data 1998 e fu proprio in Alitalia che si cercò di attuarla: destinare una parte delle azioni della compagnia ai dipendenti. Si trattò del 23% dei titoli e il progetto era interessante: non solo per stimolare una fidelizzazione del lavoratore, ma pure per trasformarlo in parte attiva della società anche a livello decisionale. Purtroppo questa manovra dell’allora Ad Domenico Cempella non venne capita se non da pochi e venne stigmatizzata da due sindacati maggioritari che la videro come “il padrone che si compra il lavoratore”, un concetto che poteva far parte dell’epoca delle mondine (e non solo), ma che, proposto alla fine del XX secolo, apparve ad alcuni come un’ignoranza abissale sul fenomeno della globalizzazione che di lì a poco avrebbe coinvolto in maniera integrale il mondo, cambiando in peggio le regole del gioco.

Niente da fare: l’esperimento finì male, perché poi, invece di unire le maestranze, le divise in varie società destinate a raccogliere le azioni gestite dalle varie categorie e a un altro fenomeno ai limiti della logica finanziaria. Accettare le azioni Alitalia come pegno per ottenere prestiti bancari, il che equivale a dire quasi dei biglietti della lotteria, visto che i titoli hanno un andamento altalenante da sempre.

La cosa finì li e non se ne fece più nulla, ma quando nel 2008 venne fuori l’operazione berlusconiana dei “capitani coraggiosi” in molti si rammaricarono di non potere, come lavoratori, contare nulla ed essere in balia di una nave in tempesta guidata da timonieri improvvisati. Ben altro sarebbe stato il destino della compagnia se i suoi dipendenti avessero contato qualcosa: è per questo che sarebbe ora di inserire nel progetto di re-nazionalizzazione questo elemento, giustificato vieppiù dal fatto che, in piena terza rivoluzione industriale, i parametri di gestione delle aziende e anche quelli della società sono cambiati.

Pochi mesi fa negli Usa un’associazione di industriali parlava di assenza di futuro nelle aziende senza far ritornare il lavoratore al centro delle stesse. Non solo come fruitore interno, ma anche come co-responsabile della loro gestione nella ricerca di un bene comune che poi si possa riflettere su quello individuale trasformandosi in un benessere più cospicuo. E allora perché non iniziare inserendo questa clausola azionaria nel futuro delle aziende, a prescindere dalla loro importanza? Il fatto avrebbe dei benefici non solo nella maggior responsabilità del dipendente nei confronti dell’azienda, ma anche in quella del sindacato nei confronti del lavoratore: costretto a una relazione più matura e meno suscettibile di favoritismi e accordi individuali che spesso poi si ritorcono contro il dipendente.

Oltretutto ciò favorirebbe anche un elemento importantissimo che sembra sparire a gran velocità in questi ultimi anni: la cultura del lavoro e della professionalità e un diverso rapporto con il fruitore della propria prestazione (il cliente) che ne risulterebbe altrettanto avvantaggiato. Oltre che a una partecipazione più diretta del lavoratore alle sorti dell’azienda, con una consapevolezza differente e che nel tempo farebbe la differenza. Insomma, visto che, almeno secondo il testo di una canzone del grande Giorgio Gaber, la libertà è partecipazione e visto che i cambiamenti che ci attendono la renderanno necessaria, sarebbe opportuno che quando sto proponendo inizi il più presto possibile. Il Paese ne ha bisogno.

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