ALITALIA/ Il danno che la nazionalizzazione può evitare

- Guido Gazzoli

Alitalia rappresenta una struttura importante del turismo italiano. La nazionalizzazione potrebbe quindi essere utile

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Si rafforzano le voci di una nazionalizzazione di Alitalia in un’ottica di creare, recuperandone la piena efficienza, un’entità finalmente al servizio del rilancio del nostro Paese (tocchiamo ferro). Sarebbe la fine di un calvario che, iniziato nel 1998 (quando finì il sogno di un’azienda con bilanci in positivo, attraverso la fusione con Klm, che stava per trasformarsi nella più grande aerolinea europea), ha visto i suoi dipendenti protagonisti di una tragedia che pare essere arrivata al suo epilogo. Poco prima della notizia appena riportata ne abbiamo intervistato uno, assistente di volo, S.O. (co-responsabile di un blog che raduna tantissimi dipendenti Alitalia), che nel corso della sua carriera ha attraversato tutte le tappe di questa “Via Crucis” moderna.

Alitalia: un calvario che dal 1998 pare essere senza fine…

Purtroppo la situazione difficilmente potrà essere risolta se non verranno effettuati i debiti investimenti. Il problema di Alitalia si è cronicizzato a causa di operazioni piuttosto maldestre e di maquillage: chiunque ci sia arrivato non ha mai avuto una vera intenzione di investire. È un settore dove gli investimenti ci devono essere e molti di questi “capitani coraggiosi” non si sono voluti accollare i rischi che ciò comporta, con operazioni che potremmo definire di mera gestione o più italianamente di un tirare a campare.

Recentemente due ex AD di Alitalia hanno avuto confermate le condanne per gestioni scellerate.

Non c’è da meravigliarsi: uno dei principali problemi dell’Italia è di ordine morale a tutti i livelli, gestionali e politici. In Alitalia la cattiva gestione fino a non molto tempo fa era una componente importante, che poi ha portato sia Alitalia che il Paese in quel pantano che soffriamo oggi. Come nazione abbiamo tutte le caratteristiche per essere un Paese leader a livello mondiale, ma purtroppo quanto appena descritto ce lo impedisce…

Come spiega l’accanimento dell’opinione pubblica nei vostri riguardi?

I motivi sono sostanzialmente due: in primo luogo, il mercato aereo è un settore con un’evoluzione costante e quindi poco conosciuto nelle sue caratteristiche, fatto che porta a trattare spesso le varie questioni che ci accadono con una buona dose di ignoranza. Poi c’è pure il lavoro di certi media e pure una parte di vecchi miti, che già non esistono più ma sono duri a morire proprio mediaticamente, fatto che porta a fare disinformazione o, lo ripeto, informazione riferita al passato, che poi non era un mondo solo legato ad Alitalia, ma un’epoca comune a tutti i vettori. Prima il mercato aereo aveva certe caratteristiche perché chiuso in una certa élite e quindi chi ci lavorava disponeva di benefit che altre categorie non avevano. Per quanto riguarda i naviganti aerei dobbiamo anche considerare che pure studi recenti hanno confermato la pericolosità del loro lavoro legata alla salute.

Si parla di nazionalizzazione di Alitalia: tanto paga il contribuente no?

Sicuramente la nazionalizzazione permetterebbe all’Italia di prendere nelle proprie mani un volano non solo importante ma vitale per la propria economia. In questi giorni ho sentito l’Italia paragonata alla Svizzera e non all’Ue in termini di mercato aereo, riferendosi all’operazione Lufthansa (che è proprietaria dell’ex Swissair, ora Swiss ndr). L’Italia, rispetto agli altri mercati, ha nel turismo un settore importantissimo per la propria economia, lo sostengono molti esperti economici. Perdere la titolarità o non competere in questo rappresenterebbe un grossissimo danno: piaccia o no, Alitalia storicamente è una struttura di questo Paese anche nel settore turistico. Veicolare grandi flussi verso l’Italia renderebbe moltissimo a tutti. Un’indagine di settore conferma che il declino del turismo nel nostro Paese è temporalmente riscontrabile con la crisi della nostra compagnia.

E su Ryanair cosa mi dice?

Alitalia ancor oggi paga i suoi fallimenti a causa delle compagnie low cost che per decenni hanno adottato un sistema ai limiti della legalità fino ad arrivare alle condanne sia in sede Ue che di vari stati europei per le loro pratiche che conosciamo tutti da tempo. Da tantissimo si sono appropriate di decine e decine di tratte incentivate con soldi pubblici e con questo facendo una concorrenza sleale ad Alitalia, portandola sull’orlo del terzo fallimento. La stortura del co-marketing, non solo in Italia ma anche in Europa, ha portato danni notevoli: ma specialmente nel nostro Paese a causa dell’altissima attrattiva turistica che ha coinvolto moltissimi aeroporti. Oggi Alitalia controlla meno del 50% del proprio mercato interno e addirittura il 30% di quello internazionale con origine nel nostro territorio. Questo perché moltissimi aeroporti non in rete, in concorrenza serrata tra di loro seppur spesso con distanze tra le aerostazioni di meno di 30 chilometri. Teniamo conto pure che il fenomeno ha anche generato altri fattori: quello fiscale con tasse pagate prima in Irlanda e ora a Malta per instaurare un meccanismo atto ad aggirare la legge. È chiaro che Alitalia in queste condizioni non può competere perché deve rispettare non solo la fiscalità italiana, ma pure la legislazione sul lavoro.

Cos’altro provoca il fenomeno low cost?

Che è diventato difficile presidiare il mercato in queste condizioni perché ancora Alitalia parte con un costo attivo iniziale che i vettori low cost non hanno, visto che spesso gli incentivi che hanno rimangono tali a prescindere dal numero di passeggeri trasportati. È quindi importantissimo regolare tutto questo e far rispettare la legge italiana, affinché il mercato risulti equilibrato da regole e non drogato come lo è attualmente. Ricordiamo che fin dal 2001 AirOne era in causa con Ryanair per le ragioni fin qui elencate. Anche il sindacato deve chiedere il rispetto dei contratti e delle regole sul lavoro. La politica deve altresì imporre delle regole chiare e farle rispettare.

Ma oltre alle low cost mi risulta da alcuni anni una penetrazione di compagnie o società di investimento degli emirati, non solo in Italia, dove è presente il caso di Air Italy.

Anche questa non è una novità, sebbene appartiene all’ultimo periodo: negli Stati Uniti, mercato per quanto chiuso e nazionalista, la polemica sul dumping arabo si protrae da molto tempo. La forza economica del petrodollaro e dei vari fondi multimiliardari statali è notevole. La loro azione inizia con ordini faraonici alle case costruttrici di aerei, dopodiché i velivoli vengono destinati a compagnie aeree che di fatto sono proprietà dei fondi stessi, rompendo gli equilibri di mercato aereo di varie nazioni attraverso il dumping, in modo di metterle in difficoltà e farle fallire. 

E a questo punto che soluzione si potrebbe avere per risolvere tutti questi problemi?

Lasciare che ogni Stato abbia la propria compagnia di bandiera di riferimento, gestita direttamente o con partecipazioni private nazionali, che sia in grado di portare in giro per il mondo la cultura di ogni singola nazione. Già accade in tutto il mondo: la cosa importante è la gestione. Che sia efficiente, come vogliamo per Alitalia. 

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