ALITALIA/ Il danno più grande dell’Ue passa dalla “cancellazione” del nome

- Ugo Arrigo, Gianni Rossi

Tra le imposizioni dell’Ue per il salvataggio di Alitalia c’è anche quella di perdere il diritto a utilizzare il proprio nome, un marchio che vale moltissimo

Alitalia_Hangar_Lapresse
Lapresse

Se non fosse per le loro conseguenze sull’occupazione, il trasporto aereo e l’economia italiana che le fanno assomigliare a una resa cartaginese, le richieste dell’Europa sulla discontinuità di Alitalia sarebbero degne di un film comico-demenziale o surrealista, a metà strada tra i fratelli Marx e Luis Bunuel. Ci sentiamo di consigliare due titoli possibili a un fantasioso sceneggiatore che voglia realizzare un film di successo per la riapertura post pandemica delle sale: “Il fascino discreto dell’Unione europea”, con un novello Fernando Rey immaginato in piena trattativa, oppure “La guerra lampo di M.me Vestager”, con dei novelli Fratelli Marx schierati alla difesa di Alitalia di fronte a richieste demenziali della signora della concorrenza, indebitamente consigliata da meno cinematografici suggeritori lobbisti poco disinteressati.

Purtroppo non è il nostro mestiere e dunque non possiamo scriverlo noi, anche se ci piacerebbe moltissimo. Troviamo infatti che non poche richieste oltrepassino di non poco il confine dell’assurdo, e che di esse la più surreale di tutte sia indubbiamente la perdita della possibilità di chiamarsi Alitalia.

Quali colpe così gravi deve aver commesso Alitalia per perdere il diritto al nome? Non ci viene in mente nulla di simile ripercorrendo a ritroso quel che ci ricordiamo della storia dell’economia e in realtà nulla di simile neppure se estendiamo il confronto alle vicende delle persone fisiche nell’intera storia dell’umanità. A cambiar nome, per quanto ne sappiamo, sono solo i criminali che avendo deciso di collaborare con la giustizia temono la vendetta dei loro ex sodali. Ma lo fanno per loro scelta e nel loro interesse e non per decisione altrui. Sempre per prudenza e nel suo interesse anche l’astuto Ulisse scelse di farsi chiamare Nessuno dal gigante Polifemo, ma, come ci ha raccontato Omero, ne aveva ottime ragioni. E se restiamo nel mondo antico neanche i peggiori traditori perdevano il diritto al nome. Al più, essendo ritenuti pericolosi dai cittadini per la stabilità della polis potevano subire ostracismo, dovendo in conseguenza andare in esilio. E, se proprio avevano tradito da fuori le mura la loro patria, la pena peggiore era il divieto del rientro delle loro spoglie mortali. Ma il diritto al mantenimento al nome era indiscusso. E quando il nuovo re di Tebe Creonte decreta che non si debba dare sepoltura al defunto nipote Polinice, morto da traditore assediando la città, come ci ricorda Sofocle nell’Antigone, forse l’opera più antica nella quale si mostra la possibile dicotomia tra giustizia e legge, non ne mette in discussione il diritto al nome.

Tornando in epoche più vicino a noi, nel 1919 il Trattato di Versailles impose alla Germania una pace cartaginese, come spiegò per primo Keynes nelle Conseguenze economiche della pace, ma lasciò che mantenesse il nome che aveva. E lo stesso è avvenuto dopo la più grave tragedia nella storia dell’umanità, la Seconda guerra mondiale. Perché il nome è identità, è quella cosa che resta quando non resta più nient’altro o quasi, come sembra essere il caso dell’attuale Alitalia, in cui il valore del marchio potrebbe rappresentare anche la metà o più del valore totale dei suoi asset residuali.

Il commissario alla concorrenza Vestager non vuole tuttavia che il marchio Alitalia passi alla compagnia che le dovrebbe subentrare. Essa dovrà essere molto più piccola e molto più brutta dell’Alitalia attuale, volare con molti meno aerei, lasciar perdere slot preziosi, abbandonare al loro destino i lavoratori di terra ma anche più di metà di quelli di volo, trasportare molti meno passeggeri e, lo aggiungiamo noi ma ne è la logica conseguenza, perdere persino molti più soldi. In sintesi, una soluzione cartaginese. Chissà se potrà almeno continuare a essere puntuale, come l’Alitalia attuale, o dovrà imporsi dei ritardi minimi in modo da non far concorrenza a vettori assai più forti sul mercato italiano ma abitualmente meno precisi nei tempi. Come potrà chiamarsi una siffatta compagnia?

Noi abbiamo due suggerimenti, entrambi ispirati al mondo classico prima ricordato. Il primo nome è realistico, ma potrebbe non essere accolto in quanto ritenuto troppo provocatorio. Il secondo è invece un nome accondiscendente e dunque facilmente accettabile. Il primo nome è Nessuna compagnia, perché in effetti seguendo le indicazioni della signora Vestager non si mette in piedi nessuna compagnia. Il secondo nome è invece Itaca, una piccola ma significativa variante di ITA. Infatti il nome Itaca rende perfettamente l’idea nel possibile cliente internazionale che il nuovo vettore è pienamente in grado di garantirgli il rientro a casa, tuttavia in tempi prevedibilmente lunghi e con un percorso non lineare, costellato di numerose tappe intermedie, avventurose e pericolose ma non esattamente prevedibili. Ecco, in questo modo i concorrenti di Alitalia saranno pienamente garantiti che i soldi pubblici necessari al nuovo vettore non saranno usati contro di loro.

Cari lettori, siamo convinti che le richieste europee non siano, da un lato, serie né ragionevoli e abbiamo cercato di dimostrarlo, ci auguriamo in maniera anche divertente, con lo scritto precedente. Siamo inoltre convinti, dall’altro lato, che esse non discendano dai trattati e dalle regole scritte dell’Europa, ma ne costituiscano una liberissima e molto discutibile interpretazione. Parleremo di questi aspetti in una seconda puntata.

(1- continua)

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA