ALITALIA, ILVA, ASPI/ I problemi in più dell’Italia per accedere al Recovery fund

- Giuseppe Pennisi

L’assenza di una vera politica industriale in Italia peserà anche nelle trattative per accedere ai fondi del Next Generation EU

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Ci vantiamo di essere il secondo Paese industriale dell’Unione europea. E ci auguriamo – spero – di esserlo anche dopo la crisi del Covid-19, l’emergenza sanitaria, e la profonda recessione in corso. Tuttavia, da un lato, quanto adombrato sinora di quello che dovrebbe essere il programma di rilancio non contiene neanche i lineamenti di una politica industriale. Da un altro ancora, ci sono circa 200 tavoli di crisi al ministero dello Sviluppo economico che riguardano aziende di medie e grandi dimensioni – i “tavoli di crisi” del Mise concernono imprese con almeno 500 addetti – e sembra che si barcamenino e barcollino senza delineare soluzioni. Da un altro ancora, su quelli che vengono chiamati i “grandi dossier” – Alitalia, impianti ex Ilva di Taranto, Autostrade per l’Italia – le uniche soluzioni che paiono venire indicate dalla maggioranza sembrano contemplare varie forme di nazionalizzazione, scarsamente compatibili con le regole dell’Ue e, quindi, tali da fare bocciare un eventuale programma che venga presentato ai fini dell’utilizzazione dei fondi del Next Generation EU su cui stanno iniziando le trattative tra gli Stati dell’Ue.

Cominciamo dai tre “grandi dossier”, dato che quelli che saranno gli esiti delle discussioni all’interno delle forze che sostengono il Governo daranno il tono alla politica industriale del Paese. Per Alitalia ,dopo un quarto di secolo di quella che è stata ben definita, nel 2009, da Andrea Giuricin “la privatizzazione infinita” (che è costata ai contribuenti 10 miliardi di euro) è in corso da circa cinque anni una “nazionalizzazione o ri-nazionalizzazione infinita” che costa ai contribuenti almeno altri 4-5 miliardi di euro subito e contributi poi per tappare probabili perdite di gestione. Quindi, almeno circa 15 miliardi di euro per tornare dove eravamo nel 1996, quando il Governo Prodi decise di quotare in Borsa il 37% di quella che allora veniva chiamata con palesato orgoglio “la compagnia di bandiera”.

Si risponde che la crisi del trasporto aereo mondiale è tale che pure un’azienda tradizionalmente ben gestita e florida come la Lufthansa starebbe per essere nazionalizzata. Si confonde tra la proposta del sindaco di Francoforte Peter Feldmann, esponente del Partito socialdemocratico tedesco (Spd), e la richiesta di aiuti di Stato (per ben sei miliardi di euro) approvata giovedì scorso dalle autorità dell’Ue alla condizione che la Repubblica federale sia sufficientemente remunerata e vengano adottate misure per limitare le distorsioni della concorrenza. In particolare, Lufthansa si è impegnata a rendere disponibili slot e asset sugli scali di Francoforte e Monaco. Si tratta, quindi, di due fattispecie profondamente differenti. E ciò verrà, senza dubbio, fatto notare ai nostri eroi se e quando presenteranno un programma di rilancio per accedere ai fondi del Next Generation EU.

Andiamo all’ex Ilva. Nel 1965 la società pubblica Italsider inaugurava lo stabilimento di Taranto, allestito sulla base di uno studio dell’Italconsult, che, all’epoca venne considerato pioneristico in Italia e all’estero. La fabbrica diventa il più importante stabilimento siderurgico del Vecchio continente e rifornisce non solo l’industria meccanica del Nord Italia, ma gran parte dell’Europa, crea ricchezza e occupazione ed è una delle locomotive del boom economico. Nel 1995, Italsider, viene acquistata dal gruppo Riva, che avrebbe dovuto rilanciare lo stabilimento in difficoltà. Poco prima di quegli anni si comincia ad avere consapevolezza dei problemi di impatto ambientale. Inizia una complessa vicenda giudiziaria, peraltro ancora in corso. Il gruppo Riva lascia l’azienda che viene commissariata e messa all’asta. Viene aggiudicata alla più grande multinazionale del settore – la franco-indiana Arcelot Mittal. La vicenda giudiziaria si fa sempre più complicata.

Dal 1965 il mercato dell’acciaio è mutato drasticamente. La recessione in corso accelera il calo della domanda. Ben venti studi legali analizzano la vicenda, per conto delle parti in causa. Anche in questo caso si ipotizza l’entrata dello Stato, tramite Invitalia, in posizione maggioritaria nel capitale e nella gestione dell’azienda. Secondo l’associazione ambientalista Peacelink, «in tutta questa storia esiste una sola evidenza: nessuno ha una soluzione. Buttare alcune centinaia di milioni di euro di tasse per quanti mesi? Quanto reggerebbe un salasso che toglie risorse pubbliche ad altri lavoratori in crisi? Per pagare le perdite colossali dell’Ilva si tolgono gli ammortizzatori sociali ad altre decine di migliaia di lavoratori italiani». Se ciò è quanto dicono gli ambientalisti, immaginiamo quali sono le riflessioni degli economisti e cosa penseranno gli altri Stati dell’Ue di questa nuova nazionalizzazione più o meno mascherata.

Andiamo adesso alla complicata soluzione allo studio per Atlantia e la sua controllata Aspi. Si tratterebbe di fare entrare la Cassa depositi e prestiti in Atlantia e il Fondo F2i (controllato dalla Cdp) in Aspi al fine di mutare il controllo nella gestione di Aspi. Operazione complessa tanto più che si tratta di società quotate di cui la prima è un’importante multinazionale. In effetti, il management si è già rivolto alla Commissione europea per sollevare varie problematiche di fondo. Difficile che l’Ue consideri un’operazione di tal genere compatibile con le regole del mercato unico.

Se queste sono le ipotesi per i “grandi dossier”, immaginiamo cosa si sta pensando per gli altri. Alcuni anni fa, Franco Debenedetti, che è stato alla guida di grandi aziende, oltre che politico e saggista, ha analizzato gli insuccessi della politica industriale italiana in un volume dal titolo eloquente: Scegliere i vincitori, salvare i perdenti. L’insana idea di una politica industriale (Marsilio, 2016). Quasi quarantacinque anni fa, Giuliano Amato, che non può certo essere tacciato di iper-liberismo alla Hayek, nel volume Il governo dell’industria in Italia (Il Mulino, 1972), caratterizzava l’intervento pubblico nell’industria nel nostro Paese quale impiccione e pasticcione. Difficile pensare che un’Italia impicciona e pasticciona trovi orecchie benevole al tavolo del Next Generation EU.

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