ALITALIA/ Le strategie di Delta e Lufthansa lasciano un solo obiettivo

- Roberto Zucchetti

Sono ormai 30 mesi che Alitalia è in cerca di un vero compratore, ma non si fanno passi avanti. Anche l’intervento pubblico è un’illusione

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Lapresse

Tre date: 23 dicembre 2014 (poco meno di cinque anni fa), si definisce l’acquisto del 49% di Alitalia da parte di Etihad, compagnia aerea straniera che finalmente, dopo anni di crisi, saprà rilanciarla. 2 maggio 2017 (circa 2 anni e mezzo dopo): Etihad lascia, dopo essersi presa alcuni pezzi preziosi come gli slot di Londra, e sono nominati tre commissari per trovare un nuovo acquirente o liquidare la società. 25 novembre 2019, due anni dopo l’insediamento dei commissari il Governo sta ancora aspettando una proposta…

Cosa sta succedendo? È da 30 mesi che si cerca un compratore, prima illudendosi di poter scegliere tra più offerenti e poi, via via, alla ricerca sempre più affannosa di qualcuno: è così difficile trovare quello che vogliamo? Facciamo chiarezza innanzitutto su un punto: non stiamo cercando per Alitalia un “partner”, ma un proprietario (non vogliamo usare la parola “padrone”, poco elegante ma forse più chiara). Vorremmo trovare un proprietario che abbia grande esperienza, in un settore dove pochi l’hanno ed è molto difficile operare. Lo vorremmo finanziariamente molto forte e coraggioso, determinato a subire importanti perdite per conquistarsi sul campo (forse) gli spazi di mercato che oggi Alitalia non ha. Lo vorremmo capace di ottenere la fiducia dai lavoratori, che hanno bocciato il piano industriale dell’ultimo proprietario. Lo vorremmo anche molto distratto nei confronti dei gestori aeroportuali, così che possano continuare a ricevere da Alitalia più di quanto, invece, pagano ai suoi concorrenti.

Lo vorremmo anche sensibile, se non proprio ubbidiente, alle esigenze dalla politica che, nella perenne campagna elettorale italiana, non può permettersi licenziamenti o esternalizzazioni, soprattutto in un’azienda così vicina, non solo fisicamente, ai palazzi della politica. Soprattutto lo vorremmo molto ambizioso, perché, come dice il premier Conte, “non è tanto il fatto di salvare la compagnia in sé, con il problema occupazionale (come se fosse poco …), ma rilanciare un asset strategico, anche per il trasporto intermodale, il turismo. Non si tratta di mediare, ma fare un’operazione fortemente caratterizzata dal punto di vista industriale”.

Certo non è poco, soprattutto se si tiene conto anche di due altri fatti: coloro che conoscono il settore sono “concorrenti”, che tutto possono volere tranne far cresce un altro vettore, in un settore che, come altri, si sta rapidamente concentrando. Il secondo problema è il protezionismo dell’Ue, che mentre prevede la completa liberalizzazione al suo interno, impedisce a società extraeuropee di controllare compagnie aeree che possano operare sui mercati interni.

Probabilmente il lettore avrà capito perché questo proprietario, in due anni e mezzo, non lo abbiamo trovato. La soluzione allora è far diventare lo Stato il proprietario? Ci permettiamo di diffidare da questa soluzione, anche in dissenso da autorevoli commentatori che scrivono su queste pagine. Osserviamo che lo Stato ha già gestito per molti anni la società con pessimi risultati; osserviamo anche che, tramite i commissari, la sta gestendo da oltre due anni, che non sono bastati per annullare le perdite e neppure per produrre un credibile piano di rilancio sul quale cercare uno o più investitori.

È forse arrivato il momento della verità, facendo chiarezza almeno su tre punti: 1) l’interesse strategico per il Paese non è avere una compagnia aerea nazionale, ma un buon servizio: meglio più vettori in concorrenza che un “campione nazionale” protetto. Milano conosce i danni recati alla sua economia dalla protezione accordata per molti anni ad Alitalia. 2) Connettere la rete ferroviaria con gli aeroporti è un interesse nazionale, ma per farlo non serve che le ferrovie comprino Alitalia: basterebbe una buona pianificazione del ministero dei Trasporti. 3) La “questione Alitalia” è dunque quella della crisi di un’importante industria, che non ha trovato investitori, né compratori. L’obiettivo è quindi solo, e non è poco, proteggere nel miglior modo possibile i lavoratori, perché possano continuare ad operare, se possibile nel settore ma non necessariamente in esso. Se ci fosse spazio, il secondo obiettivo è pagare i debitori, dei quali il principale è lo Stato e quindi tutti noi.

Con realismo rendiamoci conto che la proposta di Delta è una mossa di ostacolo ai concorrenti, mentre la richiesta di Lufthansa è di comprare il pezzo che può inserirsi nel suo gruppo: quello che chiede di fare prima non è un “efficientamento”, ma un’amputazione. Smettiamo dunque di sognare e di sperare che “lo straniero” venga a salvarci. Questa, però, è consolidata abitudine italica, dalla quale ci mette in guardia il Manzoni: “… e il premio promesso a quei forti sarebbe, o delusi, rivolgere le sorti, di un volgo straniero por fine al dolor?” Due strofe dopo, ci dice anche come è sempre andata a finire: ” … dividono i servi, dividon gli armenti …”.

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