ALITALIA/ Tra covid e leggende, la newco pronta a far rotta verso Delta

- Guido Gazzoli

La nuova Alitalia è stata ufficialmente costituita, ma regna l’incertezza sul futuro della compagnia, anche per via della seconda ondata di Covid

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Lapresse

In piena seconda ondata di Covid-19 e con il settore aereo che a causa del fenomeno non sa ancora che pesci pigliare, ecco che la nuova Alitalia nasce ufficialmente il giorno 16 novembre alla Camera di Commercio e già si sa che avrà capitale al 100% del ministero dell’Economia e la sede sarà in via XX settembre, ossia presso il Ministero stesso. Avrà come Presidente Francesco Caio e come AD Fabio Lazzerini, che insieme al Presidente del collegio sindacale Paolo Ciabattoni formeranno una triade che parte con il vantaggio di avere i ruoli chiave occupati da persone che il trasporto aereo lo conoscono, che è una grande novità dopo decenni di gestioni “particolari”.

Ma questo è il tutto, anche se secondo lo “start up” il Piano industriale legato alla compagnia avrebbe dovuto essere presentato entro 30 giorni dal decreto interministeriale di ottobre. Ovviamente la seconda ondata di Covid-19 ha avuto il suo effetto anche su questa importante questione.

Intanto si è saputo ufficialmente che Alitalia riprenderà in dicembre i suoi voli verso San Paolo del Brasile e Argentina, esattamente dal 15 al 19 di dicembre, con una frequenza settimanale e i velivoli che effettueranno una sosta di 24 ore negli aeroporti prima di intraprendere il ritorno a Roma. I punti interrogativi sono quindi moltissimi e almeno finché non sarà in vista una soluzione chiara della situazione sanitaria è logico prevedere uno stallo nella costruzione e definizione del vettore.

Di certo la situazione economica avrà la sua importanza, anche perché seppur, ad esempio, l’Argentina ha già annunciato porte aperte al turismo senza controlli a causa di una Banca centrale ormai a secco di dollari, e se è prevedibile un’ondata massiccia sudamericana a caccia della cittadinanza italiana (ma le autorità italiane credo che manterranno i controlli alla frontiera) non sono prevedibili spostamenti massivi con il Continente latinoamericano come per altri.

La normalità si potrà avere una volta definito il controllo sanitario e anche nella spasmodica attesa di un vaccino che pare di imminente distribuzione da ormai alcuni mesi, ma che poi alla fine, almeno fino a oggi, sembra essere lontana dal realizzarsi.

Con una Lufthansa nei guai, come d’altronde altri vettori, si prospetta quella di Delta la scelta del partner ideale per entrare nella nuova società, anche perché è ormai chiaro che lo Stato a un certo punto si chiamerà fuori dall’operazione rimanendo in minoranza nel futuro assetto di Alitalia.

E qui bisogna per forza di cose mettere in chiaro un pensiero che sta circolando e si rafforza ogni giorno di più, specie se uno ha la pazienza quasi suicida di ascoltare i vari dibattiti che ogni canale propina 24 ore al giorno sul tema sanitario della pandemia, ma pure quello economico. La grave crisi economica che stiamo attraversando e di cui ancora possiamo solo immaginare (ma poi neanche tanto) le conseguenze, ha ritirato fuori il vecchio refrain di un’Alitalia privilegiata rispetto alle altre realtà del Paese con la solita vecchia canzone dei miliardi che lo Stato ci ha investito sopra, alimentando un conflitto categoriale che potrebbe scoppiare alla grande se i soldi del Recovery fund (come pare dopo il sostanziale blocco provocato dai veti di Polonia e Ungheria) dovessero subire dei ritardi notevoli nella loro elargizione.

Secondo questi clamori, lo Stato avrebbe regalato montagne di soldi, ma i fautori di questa ormai logora teoria dimenticano che lo stesso Stato (e quindi la politica) ha diretto le operazioni in maniera talmente scandalosa che ormai quello delle amministrazioni Alitalia di vario colore politico è un susseguirsi di processi e condanne a gogò. Abbiamo ripetuto fino alla noia che una compagnia aerea costituisca un elemento insostituibile per una nazione in aiuto alla sua economia, non solo turistica, ma anche di vero trasporto: lo Stato deve avere un controllo anche indiretto su ciò, perché far cadere il settore in mani straniere costituirebbe un danno incalcolabile sull’intera economia di un Paese che, almeno nelle intenzioni e nei vari piani “Rinascimento”, vorrebbe risorgere e aprirsi finalmente in maniera logica a un mondo dove, specialmente dopo l’uragano sanitario, la concorrenza sarà sempre più spietata e gli Stati faranno sentire la loro voce.

È opportuno però che alle parole seguano i fatti e che finalmente (come pare) si metta alla cloche di questo ennesimo volo di ripartenza dei piloti e non dei passacarte politico-sindacali come finora. Che sono serviti solo ai tristi giochi di una politica che del benessere del Paese non si occupava e che di danni ne ha creati abbastanza anche nei cieli. Lo ribadiamo anche per quei 13.000 lavoratori che hanno in questi anni affrontato degli uragani che hanno ridotto in maniera considerevole il loro numero e che alla fine sono solo vittime e non “complici privilegiati” di scelte suicide di uno Stato che ancora non ha capito cosa voglia dire la parola “costruire un Paese” dopo averne “distrutti” tanti.

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