ALLARME REDDITI FAMIGLIE/ Il fallimento della politica “all-in” dei sussidi

- Natale Forlani

I dati dell’indagine della Banca d’Italia sui redditi delle famiglie forniscono delle indicazioni importati di politica economica

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Lapresse

L’indagine recentemente pubblicata dalla Banca d’Italia sull’andamento dei redditi delle famiglie italiane nei mesi della crisi Covid offre una lettura molto interessante dell’impatto economico della pandemia, utile anche per comprendere le potenziali implicazioni della recessione economia dei prossimi mesi.

Nonostante la mole degli aiuti erogata a vario titolo dallo Stato, la metà delle famiglie interpellate nell’indagine campione dichiara di aver subito una riduzione del reddito percepito. Un terzo del totale di essere in possesso di una liquidità sufficiente a reggere i consumi familiari per soli tre mesi. I più colpiti risultano essere i lavoratori autonomi, e quelli dipendenti con rapporti di lavoro a termine, che hanno scontato più direttamente gli effetti del blocco delle attività produttive e la mancata attivazione di nuovi contratti. Particolarmente drammatica per i lavoratori autonomi, con perdite di reddito che coinvolgono l’80% dei nuclei di riferimento. Per il 36% di questi ultimi, superiore della metà del reddito percepito nel periodo immediatamente precedente al blocco delle attività disposto dal Governo.

La maggioranza dei nuclei interpellati prevede che la riduzione degli introiti sia destinata a proseguire anche nei prossimi 12 mesi, e ritiene di fronteggiarla contenendo le spese dedicate alle vacanze, e in generale sul complesso delle attività ludiche, la frequentazione di ristoranti, cinema ed eventi a pagamento. Il 40% è in condizioni di difficoltà nel pagare i mutui e per accedere al credito finalizzato ai consumi durevoli.

L’atteggiamento complessivo delle famiglie, non solo quelle in condizioni di forte disagio economico, appare orientato alla contrazione dei consumi come risposta al mutamento delle aspettative di reddito. Già evidente nella significativa crescita dei depositi bancari, evidenziata in altra sede dalla stessa Banca d’Italia. Un atteggiamento psicologico negativo che coinvolge anche i nuclei familiari dei pensionati e dei dipendenti pubblici, nel complesso circa 22 milioni di persone, che non hanno registrato una riduzione dei redditi. Anche tenendo conto che alcune fasce di pensionati, in particolare le persone sole, hanno indubbiamente risentito della riduzione dei servizi sanitari e assistenziali a loro dedicati.

Le conseguenze della recessione economica rischiano invece di essere letali per il sistema delle imprese nei settori dei servizi e per il lavoratori a termine e stagionali, che svolgono una funzione vitale per le economie di molti territori, e di compromettere i timidi accenni di ripresa del ricambio generazionale che si erano manifestati negli anni recenti. Sono queste le fasce della popolazione attiva destinate ad ampliare il numero delle persone a rischio di impoverimento nei prossimi mesi. Soprattutto se troverà conferma la previsione di una ripresa economica destinata a compensare solo parzialmente, e solo nel corso del 2021, la riduzione del prodotto interno generata nel primo semestre di quest’anno.

Questi segnali devono essere colti per ritarare le politiche economiche, quelle del lavoro e del contrasto della povertà, che negli anni recenti sono state veicolate su binari indipendenti e in buona parte sovrastrutturali rispetto alla realtà.

Il primo errore da evitare è quello di proseguire in una politica di sostegni all’economia basata sulle erogazioni di bonus, detrazioni e incentivi distribuiti a pioggia trascurando le economie settoriali e locali che subiscono le maggiori conseguenze della riduzione dei consumi. La ripresa economica dei comparti del turismo della ristorazione, della distribuzione deve essere portata avanti con una una visione di medio periodo che orienti le scelte imprenditoriali. D’altro canto esistono grandi potenzialità di crescita nella sanità, l’assistenza, e nei servizi alle persone che potrebbero essere colte con l’ausilio di politiche già ampiamente praticate in altri Paesi europei.

Il secondo errore da evitare, e lo abbiamo più volte sottolineato, è quello di evitare una deriva dei provvedimenti assistenziali di sostegno al reddito, con l’illusione di rispondere in questo modo al fabbisogni di sicurezza dei lavoratori e di sostenere la domanda interna. I sussidi, quando eccedono la ragionevole condizione di assicurare il reddito per un periodo limitato alle persone che perdono involontariamente il lavoro, finiscono per distorcere l’uso delle risorse disponibili e di disincentivare la ricerca di un nuovo lavoro.

Il questo senso le politiche attive del lavoro, anche per favorire la crescita di una nuova generazione di imprenditori, non possono essere una variabile marginale dei provvedimenti da adottare. Come dimostra la citata analisi della Banca d’Italia, i sostegni al reddito non possono supplire alla sfiducia che deriva dalla carenza di opportunità di lavoro.

Le politiche per il contrasto alla povertà, che avranno un ruolo rilevantissimo nella nuova fase, dovrebbero essere ritarate per offrire sostegni e servizi mirati a fronteggiare le specifiche condizioni delle persone e dei nuclei familiari delle persone particolarmente fragili. Non, come avviene per il Reddito di cittadinanza, per la pretesa di supplire con l’erogazione di sussidi generalizzati alla carenza dei sostegni per i carichi familiari e di adeguate politiche attive del lavoro.

Lo sforzo per innovare le nostre politiche economiche deve essere accompagnato da un coraggioso ripensamento di quelle sociali. Senza una lettura corretta della realtà ogni innovazione è destinata al fallimento.

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