ALLUVIONE GERMANIA/ Prima di costruire, bisogna “abitare” (non viceversa)

- Carlo Bellieni

Mancanza di rispetto e di uno sguardo amorevole al territorio, a dove andremo a costruire, è il male che provoca disastri come quello accaduto in Germania

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Alluvione in Germania (LaPresse)

Frane impreviste, alluvioni torrenziali. E crolli di ponti, di cavalcavia, di case. In Germania l’alluvione e poi una frana che ha trascinato alcune case e auto, provocando la morte di un numero imprecisato di persone a Erftstadt-Blessem, in Vestfalia. Oltre 100 le persone rimaste uccise dall’ondata di maltempo mentre 1.300 sono ancora disperse.

Progettare. È la parola chiave che manca in questi disastri; parola cancellata e divelta dalla storia degli ultimi 50 anni. Progettare significa gettare avanti, guardare oltre l’orizzonte e il tramonto di oggi, per vedere quello di domani, di doman l’altro e del secolo futuro.

Zone alpine ed appenniniche sono relativamente recenti in formazione geologica, ancora non assestate, e a rischio frane e valanghe. Ma la cosiddetta azione antropica non aiuta, non previene e spesso mette a rischio. Se costruisci sulle falde di un vulcano sei a rischio; se distruggi una foresta lasci libero il terreno di franare; se crei argini di cemento troppo stretti ma a misura delle case che ci vuoi costruire sopra, rischi che l’acqua esondi. Ecco, progettare è avere una visione strategica sul futuro.

Ma oggi la visione si ferma alle prossime elezioni. Nessuno fa nulla che vada oltre il termine di 3-4 anni, perché non ne godrà lui o lei il merito, perché le elezioni potrebbero far inaugurare ad un altro l’autostrada che io ho tenuto a battesimo. E allora perché darsi tanto da fare perché abbia vita lunga? Perché preoccuparsi di costruire sulla roccia e non sul greto del fiume? Manca lungimiranza, ma ce la possiamo scordare, perché nell’epoca della politica gridata, conta prendersi il merito e allora fare opere in fretta, garantire appalti agli amici, non lasciare nulla che possa essere costruito e finito da qualcun altro. E in questi giorni, le frane sulle pareti del monte Calisio, frane e allagamenti in Ossola, frane nel Verbano invocano in ginocchio, sembrano gridare “Lungimiranza!”. Certo, c’è maltempo, c’è il surriscaldamento globale e questo non aiuta; ma dov’è la sana lungimiranza che faceva curare i luoghi col rispetto per la bellezza della radura, con la cautela per la salvezza del raccolto?

Già, costruire: ecco il secondo termine inverecondo per il giorno d’oggi. Perché come progettare oggi è impronunciabile, anche il vero senso della parola costruire è sparito. Oh, se qualcuno osasse costruire come si deve! Quante tragedie evitate! Ma per costruire occorre un passo prima: abitare il luogo, abitare il materiale, abitare l’opera. Invece si crede che si debba prima costruire e poi abitare, questo è il credo dell’architettura oggi e della politica. Sbagliato, è proprio il contrario: si deve prima abitare, cioè possedere (da habeo) il luogo, i materiali, i siti, i desideri, e poi si può costruire un muro, due muri, un tetto. E abitare vuole dire affetto per il luogo, il materiale, tanto che chi abita il luogo prima di costruire non costruisce su un territorio carsico, e chi abita il materiale prima di costruire non usa tufo laddove invece serve peperino o granito.

Progettare e costruire sono spariti così tanto da scomparire anche in altri ambiti: sono spariti dal lessico della sanità pubblica, della scuola, ridotte ad aziende incentrate sul seguire protocolli e programmi, invece che su una visione ampia e lungimirante di cosa significa salute e di cosa significa insegnare.

C’è uno scambio implicito di errori alla base di questo perpetuarsi della non lungimiranza. C’è chi vuole programmare pigramente, e chi ne trae momentaneo beneficio e tace, con l’illusione (e il senso di furbizia) che il ricavato della trasgressione e dell’abuso non multato oggi copra il rischio per il domani. Ma poi qualcosa crolla.

I drammi ecologici ci scuotono. Sì certo, poi c’entra il surriscaldamento globale, ma si è disboscato dove non si doveva e si è costruito dove non aveva senso. Il problema va dall’Amazzonia all’Antartico e ai rispettivi governi e governanti. Si riempiono libri e parlamenti di discorsi ecologici, ma la vera ecologia non sta nel terrorizzare le persone con la fine delle risorse, ma sta nell’appassionarle al rispetto per il fiore che vedono uscendo la mattina da casa. Nel mostrare politiche lungimiranti. Invece si pensa che fare ecologia sia creare strutture tecnologiche che soppiantino altre strutture tecnologiche obsolete, come se il problema fosse nel tipo di tecnica e non nello sguardo che le persone hanno. Ma se non impariamo ad avere uscendo da casa uno sguardo di interesse e stupore sul campo arato o sul marciapiedi sfinito, avremo aperto la strada a chi è pronto a fare la strada statale a fianco del fiume, a costruire la casa buttando giù quaranta cipressi.

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