AMERICA LATINA/ Il primo nemico degli Usa di Biden può venire dal Sud

- Arturo Illia

Joe Biden ha vinto le elezioni presidenziali Usa. Si dovrà presto occupare del Sud America se non vuole trovarsi alle prese con problemi importanti

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Pur se il Democratico Biden ha vinto le elezioni alla Presidenza Usa bisogna dire che l’unico dato certo della lunga tornata elettorale risiede in una netta spaccatura del Paese. Donald Trump, alla ricerca di una causa legale che possa far ritardare l’insediamento del concorrente alla Casa Bianca, ha perso, ma ha raccolto dietro di sé masse notevoli della popolazione statunitense al punto tale che nessuno fino a poco tempo fa avrebbe immaginato un plebiscito a suo favore. Certo, ancora una volta i sondaggi hanno bucato in pieno il pronostico, ma l’eccentrico ex Presidente ha un seguito inimmaginabile e sopratutto ha dimostrato che proprio la sua personalità, le sue gaffes interminabili, i suoi atteggiamenti da cowboy ancora più attore di Ronald Regan (che lo era stato veramente) sono la dimostrazione di quanto i Democratici (ma sarebbe da aggiungere quella che ama ancora definirsi sinistra progressista a livello mondiale) non sappiano più arrivare a comunicare alle masse lavoratrici, rinchiusi in un mondo molto radical-chic che spesso lascia sconcertati.

Certo bisognerà vedere come Biden si comporterà e quali saranno le sue politiche, ma il suo cammino è già segnato da molte difficoltà, tra le quali bisogna segnalare la problematica latinoamericana: non solo a livello interno (visto che straordinariamente il voto dei sudamericani residenti negli Usa è andato in gran maggioranza verso i Repubblicani), ma anche su cosa farà o potrà fare nei suoi rapporti internazionali con l’intero Continente, visto che gli ultimi due Presidenti non hanno alla fine tenuto in gran conto l’emisfero sudamericano.

In tutti questi anni le politiche del Democratico Barack Obama sono state difatti tese a rivolgersi al continente asiatico (ergo Cina e dintorni) per cercare di contrastarne l’espansione e in un certo senso Trump, pur con il suo tradizionale metodo un po’ spaccone, ha cercato di concentrarsi sempre guardando a Ovest e molto poco a Sud. Sicuramente la data del 17 dicembre 2014 poteva essere considerata storica, con la visita del Presidente Obama a Cuba e la supposta fine dell’embargo, ma purtroppo Trump lo ha in pratica restaurato e Cuba è ritornata ad essere un nemico. Non solo: la crisi venezuelana si è trasformata in tragedia in tutti questi anni e gli Usa hanno tentato di porvi rimedio, ma non hanno potuto esercitare una pressione importante sulla dittatura di Maduro. Alla fine, complice anche l’alleato cubano che si è sostituito a livello di intelligence alle scarse risorse venezuelane (con il supporto energetico all’isola caraibica – leggasi rifornimenti principalmente di petrolio – come risultato finale dell’aiuto cubano) e lasciando penetrare Russia e Cina come potenze che ormai hanno nelle loro mani gran parte delle ricchezze del Venezuela. Tante azioni diplomatiche, sì, anche da parte di tutto il mondo occidentale, ma poche azioni concrete che alla fine hanno fatto nascere pure trattative economiche eticamente poco corrette, non in linea con la gestione politica della situazione, e questo anche da parte dell’Ue e, perché no, pure dell’Italia, con navi mercantili piene di Coltan, la preziosa lega che si usa nell’alta elettronica, misteriosamente attraccate in porti della nostra penisola.

Ma il pericolo attuale che minaccia di danneggiare le relazioni degli Usa in Sudamerica consiste non solo nella penetrazione di Cina e Russia in altri Paesi del continente (Argentina in primis, visto il caos in cui versa), ma anche nel narcotraffico, già presente nella gestione del potere proprio in Venezuela e che minaccia di estendersi anche per la diffusione di Governi che obbediscono al populismo e che hanno riconquistato il potere dopo averlo perduto in alcuni Stati, come (ancora una volta) la stessa Argentina, che ormai da Paese marginale si sta trasformando in cardine della produzione e spedizione di droghe anche sintetiche (si pensi all’efedrina), e la Bolivia.

L’attacco del populismo mette a rischio pure il Cile, considerato finora un modello economico di sviluppo da seguire non solo in America Latina: bisognerà vedere come potrà opporsi il Presidente Pinera agli attacchi che purtroppo continuano a minare il Paese mettendone a rischio le Istituzioni democratiche.

Il compito che attende Biden è quindi difficilissimo in un’area nella quale l’influenza statunitense negli anni Settanta aveva messo al potere violente dittature militari: ed è chiaro che ora le cose devono cambiare ma con soluzioni che permettano l’installarsi di vere democrazie repubblicane. Anche perché il rischio grandissimo è che gli Usa vengano a trovarsi con un nemico di notevole forza soggiogato sia politicamente che economicamente da Cina e Russia. In parole povere che i problemi agli Usa come prima potenza mondiale possano arrivare proprio dal Sud, visto che anche i trattati economici firmati due anni fa tra Mercosur e Ue paiono essere stati siglati da due realtà di aggregazioni Continentali, nel “Nuovo” e “Vecchio” Continente, che parlano di un’unità purtroppo solo sulla carta.



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