AMMORTIZZATORI E BLOCCO LICENZIAMENTI/ Per aiutare (davvero) i lavoratori serve altro

- Angelo Colombini

Nel Decreto agosto sono state prorogate le misure già attive per tutelare l’occupazione. Ma servirebbe altro per aiutare davvero i lavoratori

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(LaPresse)

Come avviene sempre in questi lunghi e difficili mesi di Covid-19, al centro del dibattito c’è il lavoro. In questo momento il tema è il blocco dei licenziamenti, in fondo la parte più brutta dei problemi. Dopo l’elegia dello smart working, le previsioni sul futuro del lavoro e sul lavoro del futuro, si è tornati bruscamente per terra.

Il provvedimento del Governo, dopo l’incontro con il sindacato, è un intervento difensivo e necessario per rispondere all’emergenza. È apprezzabile la proroga degli ammortizzatori sociali e il blocco dei licenziamenti, così come la sospensione dei vincoli del Decreto dignità sulle causali relative ai rinnovi dei contratti a termine e la decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato, ma servono anche forti investimenti anti-ciclici.

La parola licenziamenti naturalmente evoca qualcosa di spiacevole, da drammi personali a crisi di imprese. Due questioni, non esaustive, ci sembra importante sottolineare in questo momento, non per sfuggire dalla drammaticità della questione o evitare lo scontro tra le parti, ma perché occorre organizzare dei percorsi chiari, efficaci e di rientro nei luoghi di lavoro per tutte le persone, compresi i lavoratori “fragili” nemmeno richiamati dal Decreto agosto, che rispondano all’esigenze lavorative nelle diverse fasi della propria vita.

La prima questione, che rappresenterebbe il percorso principale, si chiama politica attiva del lavoro. È evidente che le ultime invenzioni dei navigator e del reddito di cittadinanza non hanno funzionato. Sono al limite dello spreco, perché in questo frangente hanno aiutato solo poche persone, oltre agli stessi navigator. Le politiche attive del lavoro però hanno tutt’altro significato, a cominciare dal fatto che i servizi per l’impiego devono diventare un vero e proprio servizio alla persona. Siamo sempre bravi a spendere i soldi in termini di spesa corrente, perché questo sono le poste di bilancio come la cassa integrazione, il reddito di cittadinanza, quello di ultima istanza, ecc. Non siamo mai stati capaci di trasformare queste spese in percorsi di ri-qualificazione, di acquisizione di competenze, di accompagnamento delle persone, giovani o anziane o di mezza età. Per questo è importante anche ripristinare l’assegno di ricollocazione per i percettori della Naspi e un dialogo costante tra i Centri per l’impiego e le Agenzie private. C’è poco da girarci intorno, questo è un nodo ineliminabile per il buon funzionamento del nostro mercato del lavoro, come viene dimostrato dalle esperienze dei Paesi europei più avanzati.

La seconda questione la si può leggere da diverse prospettive, ma è molto legata alla struttura del nostro sistema produttivo, composto da piccole e piccolissime imprese, con un’organizzazione minimale, se non proprio destrutturate. In queste imprese (la definizione di impresa sarebbe eccessiva per la gran parte di esse, se le paragonassimo al resto dei Paesi industrializzati), l’unica cosa che gli pseudo imprenditori hanno chiara sono i costi, quindi le persone sono considerate come costo e non come risorse.

Con questo punto di vista, a ogni occasione, sia di crisi che per altri avvenimenti, la prima cosa da fare è diminuire i costi, a cominciare proprio dal personale. Ci sono imprese che non partono dal presupposto che perdere il proprio personale vuol dire perdere delle competenze, un know-how, un insieme di conoscenze create con anni di lavoro, esperienze e investimenti, quindi non fanno nulla o quasi per trattenerlo. Non si pongono il problema che ricostruire un capitale immateriale di conoscenze ha bisogno di anni, che la sua perdita in molti casi vuol dire anche diminuzione di clienti e di aree di mercato. Potremmo addirittura dire che gli approcci paternalistici di moltissime aziende in fondo, in qualche caso, aiutano, ma non possono certo rappresentare idee innovative e di progresso nella gestione del personale.

Il combinato disposto tra queste due questioni, la mancanza di vere politiche attive del lavoro e di una cultura/organizzazione imprenditoriale elevata, diventa ancor più esplosivo in situazioni di crisi complesse come quella che si vive in questa fase e il dibattito sull’attualità coglie solo gli aspetti di scontro immediato, ma non riesce ad approfondire i nodi di fondo.

Naturalmente la priorità è salvaguardare le persone, la loro dignità e il lavoro. Siamo coscienti che non si può vivere solo di proroghe, ma per evitarle dobbiamo realizzare un vero progetto di impegno al servizio delle persone, rilanciando investimenti sulle infrastrutture e sulle produzioni green per uno sviluppo sostenibile del nostro Paese.

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