ANNA/ La zona di conforto che rovina il film di Luc Besson

- Emanuele Rauco

Il nuovo film di Luc Besson appare poco curato dal regista, che non sembra mettere il piglio giusto cercando solo di stare nelle sue zone di conforto

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Una scena del film

È comprensibile che dopo una grande crisi ci si rifugi nel passato, si voglia tornare nelle proprie zone di conforto. Luc Besson di crisi ne sta affrontando due: una professionale, dopo il clamoroso flop del pur buono Valerian e la città dei mille pianeti che ha rischiato di far fallire la sua società di produzione, e una personale essendo invischiato in almeno un’accusa di stupro. Anna (distribuito su Prime Video) è appunto la sua zona di conforto, un ritorno alle storie di bellissime donne assassine che ne avevano segnato il successo con Nikita, Léon e Lucy.

La donna che dà il titolo al film (interpretata da Saša Luss) è una ragazza russa dalla vita disgraziata che, per varie circostanze, si ritrova a entrare nel KGB. Le operazioni che compie come killer la portano in contatto con la CIA, cominciando così a fare il doppio gioco. Tutte le sue risorse e abilità saranno indispensabili per poterne uscire indenne.

Besson scrive da solo un copione che sta praticamente in un tovagliolo, senza intrecci particolarmente complessi come di solito nelle storie di spionaggio – soprattutto contemporanee – e puntando tutto sul rapporto tra la protagonista e i suoi comprimari, soprattutto Olga, la sua referente al KGB (Helen Mirren), limitando la tensione e l’azione all’indispensabile. A rendere tutto apparentemente più vivace c’è la struttura del film, i continui salti avanti e indietro nel tempo, di solito, l’ultimo rifugio degli scrittori svogliati.

E di voglia Besson non sembra mettercene molta per rielaborare lo scheletro del suo cinema: l’ambientazione a cavallo tra anni ’80 e ’90, l’immaginario erotico che consacrò Anne Parillaud e Milla Jovovich, il senso pubblicitario del design e delle immagini e poi un occhio alle riletture contemporanee, alla riscrittura pop del dominio sovietico avvenuta in Red Sparrow e Atomica bionda. Tutto pronto per un usato sicuro e garantito, ma Besson non riesce a distinguersi dalle produzioni tv più recenti e avvicinarsi ai modelli di partenza.

Perché anche a voler mettere da parte la pigrizia di scrittura (e il finto-femminismo che ne è alla base), Anna è evidentemente un film girato senza grazia né intelligenza, senza stile, senza cura: nelle scene ambientate a Mosca compaiono souvenir con l’effige di Putin 10 anni prima del previsto, i computer si connettono a inesistenti wi-fi e via elencando, ma pure a livello di impressione generale il film fa acqua un po’ dappertutto, soprattutto in quelli che dovrebbero essere i punti forti di Besson.

Ovvero l’azione, le sparatorie e i combattimenti, la suspense e la tensione scacchistica delle operazioni, il carisma degli interpreti: la metafora della matrioska che fa da filo conduttore all’intero film sembra un modo per confondere lo spettatore a bella posta, più che indirizzarlo nella lettura del film. E così il regista starà tranquillo nel suo conforto, sperando che il pubblico si faccia prendere in giro, ma di sicuro le sue crisi non le ha messe a tacere.

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