ARCIPELAGO NAPOLI/ “Un popolo che anche se ha poco, dona lo stesso”

- Fabio De Feo

La carità si rinnova sempre, in qualunque epoca. In un vecchio convento del centro di Napoli, la storia di un gruppo di suore e dei loro “ultimi”

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Il dormitorio publico di Napoli

Siamo in vico de Blasiis al civico 10. Una traversa del Decumano principale del centro storico di Napoli. La famosa Spaccanapoli. Qui in un edificio storico, una volta convento dell’ordine del Divino Amore (risalente a circa 200 anni fa), con forme e modalità diverse sono stati sempre offerti accoglienza e riparo notturno alle persone senza dimora e in condizioni di povertà estrema. Ora vi troviamo il Dormitorio pubblico del comune di Napoli, la seconda mensa per i poveri più grande della città, un centro di accoglienza per 120 clochard cui si dà vitto serale e alloggio.

Incontriamo la madre superiora dell’ordine delle “suore delle Poverelle”. Le suore abitano e gestiscono questo centro di accoglienza. Cucinano per quelli che loro stesse chiamano “gli ospiti”, lavano e stirano la loro biancheria e tutto quanto serve per l’alloggio (lenzuola, coperte, pigiami, etc.). La superiora è suor Fausta, viene dalla lontana Livigno, è qui da due anni, ci ha accolto principalmente per l’amicizia che ci lega (insieme seguiamo come catechisti il percorso di cresima nella parrocchia di San Lorenzo in via dei Tribunali).

Suor Fausta ama far conoscere le storie degli ospiti della sua struttura.

“Con questa pandemia ci siamo dovute reinventare un po’ tutto, ma non ci potevamo fermare, chiudere e abbandonare queste persone bisognose non solo di un pasto a sera e di un posto dove dormire ma di una compagnia. I nostri ospiti sono molto soli, hanno paura della solitudine, ma sono pieni di dignità e di umiltà. Eravamo inizialmente scoraggiate, ci hanno chiesto di modificare l’organizzazione delle stanze degli ospiti, di ridurre le capienze delle singole stanze, di isolare gli ospiti con patologie critiche (oncologiche e cardiopatiche) e di trattenerli tutta la giornata, per cui si è aggiunta la preparazione del pranzo, che prima non offrivamo. Gli altri ospiti invece continuano a uscire la mattina e a tornare la sera. Sono inoltre aumentate le richieste di soddisfazione di bisogni personali come il lavaggio di pigiami, felpe, calzini e di tutta la biancheria intima”.

“Ma è proprio in questi momenti che il Signore si mostra e in questo caso lo ha fatto attraverso la solidarietà e il cuore di Napoli. Appena è iniziato il lockdown si sono presentate tante persone che ci hanno portato beni di ogni genere. La farmacia di San Biagio dei librai ci ha portato scatole di gel disinfettante per le mani.A Napoli il popolo anche se non ha tanto dona lo stesso. Una signora, che fa le pulizie nelle case, durante questa chiusura ci ha portato le mascherine per i nostri ospiti. A marzo in piena pandemia tanta gente ha chiamato il centralino del Comune per richiedere il nostro Iban e sono arrivate inaspettate donazioni, che abbiamo potuto utilizzare per i beni di prima necessità dei nostri ospiti. La fondazione di Napoli ‘Massimo Leone’ si è proposta di fornire la colazione al mattino. Inoltre ha preso in gestione una chiesetta sconsacrata che è qui di fronte, dove ha imbastito dei laboratori manuali e un cineforum per tenere impegnati i nostri ospiti”.

“Un gruppo di signore volontarie prepara torte e dolci in occasione dei compleanni di tutti i nostri ospiti (ieri abbiamo festeggiato il compleanno di Ciro). Il dottore del reparto di medicina generale del Monaldi viene volontariamente a visitare tutti gli ospiti una volta al mese. Visita su un lettino che porta lui personalmente. Il parrucchiere del quartiere di Forcella viene un lunedì al mese a tagliare i capelli a tutti quelli che ne fanno richiesta – e pensate che in questo periodo non se la passa troppo bene eppure viene sempre, non ha mai saltato un lunedì. Il giovedì abbiamo tre signore che ci aiutano a stirare la biancheria personale degli ospiti. Anche noi siamo alle prese con un lavoro nuovo, che consiste nel costruire percorsi personali per ognuno degli ospiti. Soprattutto in questo periodo di Covid siamo state chiamate a fornire loro un aiuto a socializzare, a stare insieme, a sostenersi reciprocamente, perché questa pandemia li ha spinti a ripiegarsi su di sé e a chiudersi agli altri. Li aiutiamo a pregare”.

“Ogni pomeriggio alle 17 recitiamo insieme il rosario. Facciamo un momento di riflessione, di dialogo, ci confrontiamo sulle parole che il Papa ha detto durante il lockdown. Vi racconto la storia di un nostro ospite. Giovanni era un restauratore di mobili antichi, sposato, una figlia. Quando succede che la moglie si ammala di tumore. Donna di grande fede, non gli nasconde la verità, gli dice che presto lo avrebbe lasciato. Non potendolo accettare, per il dolore Giovanni si ritira in un container fuori casa, qui si dà all’alcol. Quando gli assistenti sociali gli tolgono la figlia, la sua disperazione è al culmine. Un imprevisto gli salva la vita. Una notte in sogno gli appare la moglie che lo prega di lasciare l’alcol e di riprendersi. Dal risveglio Giovanni non tocca più una bottiglia! Da grande bestemmiatore che imprecava contro tutto e tutti, le sue labbra cominciano a pregare. Ci ha chiesto di pregare e di recitare insieme il rosario il pomeriggio. Giovanni dice di sentire la moglie che gli fa compagnia. Ha recuperato il rapporto anche con la figlia, che va a trovare nella sua famiglia adottiva e con cui trascorre una serata una volta al mese. Ora dice che il Signore lo ha accompagnato in questo suo riscatto e si serve di lui per mostrarsi agli altri”.

Io e suor Fausta ci salutiamo come ci ha insegnato il cardinale Sepe: “a Maronna v’accompagne”.

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