ARCIPELAGO NAPOLI/ Jago: il quartiere Sanità ispira le mie sculture più di Manhattan

- Genny Guariglia

Già noto per le sue sculture marmoree a New York, Jago Cardillo è tornato nella natìa Napoli per ritrovare quell’appartenenza che stava perdendo

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Jago, "Look down", Napoli, Piazza del Plebiscito (LaPresse)

Incontriamo Jago nel suo attuale e insolito laboratorio, l’antica chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, all’ingresso del quartiere Sanità, rimasta chiusa per decenni e finalmente riaperta grazie a un progetto della Municipalità affidato alla Fondazione San Gennaro. Jago, ovvero Jacopo Cardillo, giovane artista talentuoso, che fa parlare di se i media e i social per le sue sculture e la capacità di raggiungere un vasto pubblico attraverso il web, si è trasferito da poco a Napoli e siamo curiosi di conoscere cosa lo abbia spinto a scegliere la nostra città. Ci vediamo nella bellissima chiesa barocca che fa da cornice alla meraviglia delle sculture dell’artista.

Chiediamo a Jago per quali circostanze sia arrivato a Napoli, dopo New York e la sua risposta ci sorprende. “Se vuoi crescere devi andare dove può accadere ancora qualcosa. Se vai in un orto dove ci sono già tante piante, la tua pianta viene coperta dalle altre. Devi andare in luoghi dinamici. Napoli è come New York, dove ho vissuto per un po’ di tempo, dinamica ma con caratteristiche tutte sue. Ha quella disinvoltura che consente di poter seminare. Stando qui ho visto che chi cresce a Napoli pensa che le opportunità siano fuori, ma io che ho girato tanti luoghi ho una visione diversa. Il quartiere Sanità mi sembra come Manhattan, in termini di dinamiche sociali. Certo diversa esteticamente, ma la dinamica sociale, le persone, i loro comportamenti, l’apertura e la disinvoltura sono simili. Sono entrambi due porti, stanno alla stessa altezza: hanno molti elementi in comune. Per duecentocinquanta anni in America hanno investito tanto in quel territorio, dove c’era spazzatura, incendi, degrado e da lì è nato un luogo che oggi fa da solo un numero di visitatori uguale a quello di tutta l’Italia. Noi diventiamo il tessuto sociale che frequentiamo. E so che qui posso prendere cose che mi danno grande energia, grande slancio, in un linguaggio estetico che mi rappresenta. Qui posso prendere tutto questo e restituirlo in bellezza, a New York invece stavo diventando pop”.

Ci colpisce che abbia una sguardo sulla città capace di cogliere un valore che tante volte sfugge a chi ci vive. Ci guardiamo intorno, sorpresi dalla bellezza delle sue opere di marmo. Una, gigantesca, è al centro della Chiesa, rappresenta un bambino inerme. Non lo sappiamo, ma stiamo vedendo l’opera “Look down”, quella che dopo qualche giorno Jago donerà alla città, lasciandola di notte in piazza Plebiscito.

Gli chiediamo da dove nasca la sua passione per la scultura del marmo. Così scopriamo che la madre, insegnante di arte, gli faceva “marinare” la scuola per portarlo con i suoi bambini alle gite scolastiche a Piazza San Pietro o ai Musei Capitolini.

“Mi sono riconosciuto in qualcosa che mi emozionava. L’ imprinting è stato quello di un bambino che vuole diventare grande come il suo idolo: Michelangelo ha fatto questo e io vorrei essere bravo come lui. Ero entusiasta ed emozionato nel vedere quelle opere: capivo che dietro c’era un uomo e questo è un meccanismo di ammirazione che si innesca in ogni cosa – ad esempio chi ama il calcio vuole diventare come Messi –, questo è stato il motore propulsivo. I miei maestri sono stati quelli della tradizione, che sapevano fare e ci sapevano fare, avevano un pensiero e la capacità di tradurlo in una forma. E poi c’è il marmo, che è una materiale nobile. La nostra tradizione, la nostra coscienza culturale, la nostra idea del bello sono condizionate dal gesto di pochissime persone, che hanno usato un materiale che ha superato la prova del tempo. Il marmo ha caratteristiche che ci avvicinano all’idea di eternità”.

Gli chiediamo come stia vivendo questo periodo della pandemia, che sta causando tanta sofferenza a livello economico, sociale e psicologico. La sua generazione, ci dice, è stata cresciuta da genitori che hanno voluto dare ai figli ciò che essi non avevano avuto, cercando di eliminare dal loro percorso difficoltà e ostacoli. Per questo i giovani oggi non sanno stare al mondo. La pandemia può essere l’occasione per educare diversamente la nuova generazione, imparando dagli errori del passato.

“Attraverso quello che sta accadendo possiamo educare la prossima generazione, che dovrà gestire dinamiche nuove. Sento forte la responsabilità di fare qualcosa per lasciare ai figli dei miei figli un valore reale, cercare di riuscire ad ottenere il risultato migliore sia per me stesso, sia per divenire anche per gli altri uno stimolo ad evolversi. E credo che superare questa fase con intelligenza significhi prepararsi per una fase nuova che verrà: non ripetere l’errore che è stato fatto di farsi trovare impreparati. Altrimenti viviamo in un periodo con l’imperativo della conservazione, facciamo solo restauro, aspettiamo la rottura e poi interveniamo. Invece dobbiamo fare restauro preventivo. Qui si innesta la libertà di scelta. Ma c’è un percorso culturale da fare, se non sei preparato culturalmente avrai sempre bisogno di qualcuno che debba scegliere al tuo posto. Ad esempio le banche, che devono dirti come investire i tuoi soldi”.

Jago non nasconde il suo pensiero sull’attuale sistema scolastico, che non è all’altezza di questo cambiamento culturale: “La scuola educa i ragazzi a diventare dei bravi dipendenti. Così se fallisce il datore di lavoro non sanno più che fare, perché non hanno la capacità di reinventarsi”. E ci saluta dicendoci: “Io cerco di vivere diversamente, di essere felice nonostante tutto, perché penso che un bambino impari a camminare cadendo. Cado in continuazione e ogni errore è una possibilità. Penso che questo momento storico, nonostante la grande sofferenza, possa essere una grande possibilità”.

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