ARCIPELAGO NAPOLI/ La carità che aggrega: Rosa e Tonia, non solo cibo ma uno sguardo

- Innocenzo Calzone

Un gruppo di amici che si ritrova ogni settimana per dare cibo a famiglie disagiate del centro storico di Napoli

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Banco Alimentare (Foto Enrico Genovesi)

Il bene che si fa è ciò che vorremmo venisse fatto a noi.

E’ da diversi anni ormai che la realtà del Centro di Solidarietà è presente qui a Napoli. I turni per caricare gli alimenti al magazzino regionale del Banco Alimentare di Fisciano vicino Salerno e per consegnarli in maniera capillare alle famiglie sono continui. Ci si organizza per incontrare chi è in difficoltà, per rispondere, soprattutto a noi stessi, ad una domanda per esserci. Essere nella realtà, attivi, in moto per non cadere vittime di isolamenti di mente e di cuore, di tempi e di spazi.

Dall’inizio del Covid, su sollecitazione della preside e dei colleghi della scuola dove insegno, nel centro storico di Napoli, si è pensato di venire incontro alle difficoltà di famiglie della scuola stessa. Famiglie dove c’è chi lavora in nero, chi ha bancarelle per la vendita ambulante, chi prepara le buste della spesa ai clienti del supermercato. Di fronte a queste situazioni non c’è tempo di pensare alla legalità o meno di certe azioni. Ora chiedono da mangiare e a questo bisogna necessariamente rispondere. Con Padre Antonio si è aperto un nuovo punto di distribuzione nella Chiesa del Divino Amore a S. Biagio dei Librai; con Valerio, Peppe, Eugenio, Mario, Fabio, Carmine, Antonio, Maria Assunta, Rossana e altri ci si ritrova il sabato nella sede dei Vergini per preparare le buste e consegnarle. Nel tempo è cresciuto un rapporto, una familiarità tra di noi e con loro. Rocco, Vittorio sono entusiasti di aver cominciato un rapporto con Davide Cerullo (ex camorrista “ritornato in vita” dopo aver scoperto il suo nome) che ha attivato un punto di distribuzione a Scampia.

Una rete di solidarietà fitta, forse solita, per chi non la fa, scontata, ma che ogni volta, è fonte di benessere. Di fronte alle lacrime di gioia di Tonia (in terapia per un tumore, ci chiama “angeli”) o di Rosaria che ha da poco perso il marito o di Maria con cinque figli, l’ultimo con sindrome di down e con un marito parcheggiatore (e di questi tempi le macchine… non parcheggiano), si consolida la percezione di una preferenza per un bene in essere e così, ogni gesto si riempie di senso. Negli ultimi mesi è nato un bel rapporto con Suor Fausta che con le sue consorelle sostiene una cinquantina di persone al Dormitorio pubblico. Mi confessa: “Il Comune di Napoli fa tanto consegnando i pasti ma tutto ciò non basta a tener vivi i cuori di queste persone, occorre uno sguardo diverso, più vero, un piatto meno “plastificato” di quelli che consegnano quotidianamente”.

Un significato concreto che va oltre il semplice consegnare la busta (che, poi, che sarà una spesa di 15/20 euro, non salva certo la vita).

Ciò che colpisce è la volontà di ritrovarsi, di conoscersi, di condividere il gesto in maniera straordinariamente semplice. C’è tanta buona volontà nel mettersi a disposizione e ciò che resta, alla fine, come è giusto che sia, è un rapporto umano, un’amicizia tra chi “sacrifica” cioè letteralmente “rende sacro” quel pezzo della sua giornata o della sua vita. Ci si ritrova uniti dallo stesso intento di fare del bene.

Troppo spesso chiusi nei problemi quotidiani, ci si dimentica non degli altri ma di noi.

Si riesce spesso ad essere dei grandi professionisti del “donare”; c’è chi si lascia talmente prendere da tali attività “elargitorie” che neanche se ne accorge del bene che sta facendo, che neanche ne gode. Riempiamo ogni momento del nostro tempo attraverso iniziative, uscite, visite, attività culturali di ogni genere dimenticandoci del bene più importante che cerchiamo e cioè di un amore e di uno sguardo verso noi stessi. E’ l’attenzione che vorremmo noi, è l’interesse che vorremmo noi ogni giorno e che tante volte mascheriamo donandoci, dando del tempo ignari del fatto che è su di noi che proiettiamo questo desiderio di bene. Ogni uomo attende uno sguardo. E’ così vero che se all’improvviso uno sguardo, un volto, una chiacchierata pone al centro il nostro io, allora la nostra persona balza di entusiasmo, di umanità, sobbalza di amor proprio cioè dell’amore verso noi stessi che scaturisce solo se siamo guardati nel fondo delle nostre esigenze.

Questa coscienza, questo desiderio di bene, solo questo, genera la passione a lavorare costruttivamente in ogni ambito della realtà e della vita sociale.

Scrive don Giussani ne Il senso della caritativa: «Quando c’è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell’esistenza. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l’essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Tutta la parola “carità” riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha “condiviso” la nostra nullità».

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