ARDEA, BIMBI UCCISI/ Isolamento, rabbia e follia possono ancora rubare la nostra vita

- Mauro Leonardi

In provincia di Roma, ad Ardea, un 35enne affetto da problemi psichici uccide due bambini di 3 e 8 anni, un anziano e poi si suicida

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Ad Ardea, sul luogo del triplice omicidio (LaPresse)

Un anziano e due bimbi di 3 e 8 anni anni sono morti in seguito a una sparatoria avvenuta vicino al consorzio Colle Romito ad Ardea, nei pressi di Roma. Responsabile della sparatoria è stato un uomo di 35 anni che, dopo avere fatto fuoco, prima si è chiuso in casa e poi si è tolto la vita. Al momento degli spari (che la gente pensava fossero petardi) i due bimbi stavano giocando davanti a casa, mentre l’anziano, che sarebbe il nonno dei due bambini, passava in bicicletta.

L’aggressore avrebbe messo in atto minacce cui nessuno dava credito. Nel suo passato c’era, più di un anno fa, un unico episodio di minacce alla mamma: si andò dai carabinieri, il 35enne venne portato in ospedale per accertamenti, ma tutto finì lì.

Il sindaco di Ardea, Mario Savarese, dice che la tragedia sarebbe accaduta “per futili motivi”. “Futili motivi” è l’espressione che si usa quando si vuole intendere starebbe che all’origine di una tragedia non ci sono motivi motivi seri. In questo caso si aggiunge che il 35enne era persona notoriamente instabile, anche se poi si è costretti ad ammettere che non risulta sia mai stato in cura. Ma questa tragedia accaduta  per “futili motivi” accende di nuovo i riflettori sulla piaga del disagio mentale e su quanto le problematiche di origine psichiatrica siano state aggravate dall’emergenza Covid.

Le persone con disagio psichico non possono essere lasciate sole. Se i servizi sociali non riescono ad attivarsi in modo efficace, le famiglie lasciate sole ad affrontare casi psichiatrici finiscono per non farcela più, si trovano ad essere emarginate e il risultato sono storie di solitudine e di disperazione che poi, non di rado, sfociano in tragedie come queste. Poi, dopo che sono accadute, noi diciamo che alla base di queste tragedie ci sono “futili motivi” ma i motivi, in realtà, sono serissimi. Si chiamano isolamento, assenza delle istituzioni e pregiudizi. È facile riconoscere la gravità di un tumore o della frattura ad un arto: invece spesso fatichiamo a riconoscere e a credere alla malattia mentale, al disagio psichico. Mentre la natura ci costringe a vedere la malattia fisica, abbiamo la possibilità di evitare di guardare la malattia mentale: essa ci costringe a ripensare le nostre categorie  di salute e di relazione, e per questo facciamo di tutto pur di non vederla.

Ad aggravare il tutto c’è stata anche l’emergenza del coronavirus, che ha esacerbato la solitudine, la difficoltà di comunicare ed ha aumentato le distanze tra le persone. Così le problematiche di chi già viveva un disagio sono diventate quei mostri che ieri hanno mietuto quattro vittime: due bambini, un anziano e un 35enne suicida.

C’è molto da riflettere sulla nostra capacità di camuffare i problemi banalizzandoli, sulla non cultura che ancora abbiamo rispetto alle tematiche psicologiche e sulla mancanza di prossimità che, anche a causa del Covid, è diventata ormai una chiara emergenza sociale. Sempre più spesso chiamiamo “autonomia” la nostra solitudine nella massa mentre era – ed è  – solo isolamento. Qualcosa che ci chiede di far crescere la cultura dell’aiuto, della vicinanza, dell’interesse reciproco.

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