ARTE/ Dal paesaggio alla memoria, cercando “qualche cadenza dell’indugio eterno”

- Elena Pontiggia

La mostra “Natura dipinta. Paesaggio, realtà, memoria” all’Auditorium Mascaretti di Fortunago (Pavia) è una vera e propria scommessa sull’arte

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Giorgio Morandi (1890-1964), Paesaggio (particolare)

Ci sono due buoni motivi per vedere la mostra “Natura dipinta. Paesaggio, realtà, memoria”, aperta fino al 10 settembre all’Auditorium Mascaretti di Fortunago (Pavia) e curata da Luigi Cavallo. Il primo è Fortunago, un borgo di quattrocento anime – d’estate, nelle altre stagioni molto meno – che assomiglia a Rio Bo con le sue piccole case e le sue piccole vie, dominate dall’alto dalla chiesa secentesca di San Giorgio. Nessuno però pensi a un luogo fuori dal mondo: nel borgo è stato recentemente costruito un modernissimo Auditorium per concerti e appuntamenti culturali: una vera scommessa sull’arte.

Il secondo motivo è la mostra: insolita in questi tempi di grandi rassegne prefabbricate, spesso con molto fumo e poco arrosto, perché è costruita artigianalmente pezzo per pezzo, andando a cercare non opere spettacolari ma opere intense, spesso inedite o poco conosciute, a misura di casa e di intimità. Molti quadri, per esempio, vengono dalla collezione di critici d’arte, come Carrieri, Russoli, De Grada, che li hanno avuti in dono dagli artisti e raccontano quindi di sodalizi, affinità elettive, amicizie fraterne.

La mostra, accanto a nomi storici, tra cui de Chirico, Carrà, Sironi, Tosi, Soffici, de Pisis, Casorati, Rosai e molti altri, recupera o ritrova autori poco noti come, per dirne uno, Maurizio Simonetta, protagonista nei primi anni trenta della Scuola di Legnano, un cenacolo di naïf (allora si diceva “candidi”)  che andrebbe meglio conosciuto.

Muovendo da questi maestri la collettiva si spinge a grandi falcate lungo i decenni, giungendo attraverso l’informale di Morlotti, Dova, Peverelli fino ai giorni nostri. È noto che le varie tendenze artistiche tra Otto e Novecento hanno guardato in modi diversi al paesaggio. L’impressionismo amava la natura, ma la vedeva come il luogo dell’attimo, di un paradiso provvisorio, felice ma effimero. Il futurismo, invaghito della civiltà industriale e della macchina, detestava invece la quiete di prati e alberi, e prediligeva le città. Dopo la Grande Guerra (una guerra combattuta come mai prima en plein air)  si rivaluta invece la dimensione di immobilità del paesaggio. La città, tanto decantata nella Belle Époque, ora rivela tristezze, solitudine, emarginazione, mentre la natura, per dirla con Cardarelli, racchiude “qualche cadenza dell’indugio eterno”. Cioè parla, appunto, di eternità.

Passano i decenni e l’informale dà una nuova versione del soggetto. “Mi rotolo nella materia come un insetto” dichiara Morlotti, che il paesaggio non voleva tanto vederlo quanto viverlo, immergendosi dentro la natura come una sua fibra e una sua creatura. Tante altre però sono le interpretazioni del paesaggio date dagli artisti e non stupisce che una mostra così raffinata si debba a Luigi Cavallo che, come è noto, è il maggior studioso europeo di Soffici e uno dei maggiori di de Chirico, Carrà, Morandi, Rosai, de Pisis e vari altri artisti.

Cavallo, che ha pubblicato i suoi primi testi critici nel 1961, non è mai diventato un uomo di potere o di cattedre (nessuna università, purtroppo, ha pensato di giovarsi del suo insegnamento), ma è stato un maestro per generazioni di studiosi più giovani che hanno imparato – o hanno cercato di imparare – il suo metodo di studio. Nel 1986 Cavallo dava alle stampe, dopo anni di lavoro, Soffici. Immagini e documenti, rimasto una pietra miliare nel rissoso mondo della storia dell’arte. Il volume parlava di due cose: la prima era Soffici, la seconda era tutto il resto.

Il saggio, cioè, non solo analizzava capillarmente l’opera dell’Uomo del Poggio (e non era una cosa scontata perché Soffici, il vero sprovincializzatore della cultura italiana moderna, il primo a far conoscere da noi Cézanne, Rimbaud, Medardo Rosso, Picasso, Braque, il Doganiere Rousseau, a lungo era stato guardato con sospetto per la sua adesione al fascismo), ma ricostruiva almeno mezzo secolo della nostra vita artistica. Alla critica come interpretazione soggettiva affiancava un’attenzione alla realtà di documenti, lettere, scritti, rapporti, testimonianze.

La ricerca analitica però (questo è il punto) non ha mai impedito a Cavallo di ricorrere, accanto alla filologia, anche alla poesia. E di accostare alla ricostruzione dei dati oggettivi pagine lucide e chiare, comprensibili e interessanti per tutti, nella consapevolezza che l’arte non è nata per i professori e i dottorandi. Il suo, insomma, è un metodo prezioso che rimane ancora un modello.







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