ARTE E COVID/ Il “San Sebastiano” di Ravo Mattoni: i vaccini non possono bastarci

- Riccardo Prando

Sul muro esterno dell’Ospedale di Varese Andrea Ravo Mattoni ha dipinto “San Sebastiano curato da santa Irene”. Civiltà significa curare anche attraverso l’arte

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Ravo Mattoni, San Sebastiano curato da santa Irene (particolare), Ospedale di Varese

“La figura di Cristo, sofferente e morto in croce, ha nobilitato la sofferenza stessa e la morte, tanto da renderla oggetto di rappresentazione artistica” scriveva nel 2005 il dottor Giorgio Bordin, tra i fondatori di “Medicina e Persona”, nello splendido catalogo per la mostra “Curare e guarire.

Occhio artistico e occhio clinico”, che rimane fra le più riuscite nel quarantennale catalogo del Meeting di Rimini. Idea splendida e originale insieme, quella di riunire in un’unica sede “la malattia e la cura nell’arte pittorica occidentale”, capace di offrire una prospettiva di lettura nuova sia in ambito sanitario, sia artistico. Scoprendo che i due mondi non sono lontani, anzi si toccano.

Ma cosa accade se lo sguardo del pittore si sposta dal Sofferente per eccellenza, almeno in ambito cristiano, al sofferente d’ogni giorno, all’uomo della strada prostrato dalla malattia, magari al malato di Covid-19? In altre parole: può l’arte – sotto qualsiasi forma, s’intende – essere in grado di dire qualcosa di buono, qualcosa di utile alla persona nel momento della sua massima fragilità, quando cioè sembra così lontana dall’interesse per quanto di più “inutile” esiste al mondo, la bellezza espressa in forma artistica?

Nei giorni scorsi i media nazionali hanno riportato la notizia che su un muro esterno dell’Ospedale di Circolo di Varese (un manufatto alto nove metri che racchiude la torre di raffreddamento) l’artista di strada Andrea “Ravo” Mattoni ha magistralmente dipinto con bombolette spray una versione del “San Sebastiano curato da Santa Irene” del caravaggesco George de la Tour, prima metà del Seicento. Mattoni è fra gli esponenti della Street Art o Urban Art più famosi al mondo: sue opere si trovano a Parigi, Bruxelles, Oviedo, all’hub internazionale di Malpensa, in tanti paesi e città italiane. Qui ha voluto omaggiare medici e infermieri in tempo di Covid-19 e oltre: nel santo protettore dalla peste e trafitto dalla freccia non è difficile vedere chiunque di noi malato; nella santa vedova si rispecchia il personale sanitario che gli salva la vita.

Potrebbe anche bastare, viste dimensioni e collocazione, invece il cuore della notizia è un altro. A commissionare l’opera, nata sotto le ali dell’Azienda socio-sanitaria territoriale dei Sette Laghi che copre il nord della provincia di Varese, è stata la Fondazione Circolo della Bontà, che per statuto vuole “promuovere la centralità del paziente nell’ambito ospedaliero”. Il che può voler significare tante cose, alcune delle quali anche specificate nello statuto stesso (come la donazione di macchinari sanitari o mascherine chirurgiche), altre nate col tempo.

Un anno fa, per esempio, la semplice idea di collocare nella hall del nosocomio varesino un pianoforte a coda per futuri concerti, consentì al dottor Christian Mongiardi di suonare un brano dei Queen: era il 29 marzo, il medico aveva appena terminato la sua durissima giornata di lavoro, il virus stava trasformandosi in pandemia mietendo vittime e il video fece in poche ore il giro del mondo come messaggio di bellezza e speranza. Proprio mentre sembrano trionfare dolore e sconforto. La strada era quella giusta: anche l’arte poteva aiutare ad uscire dalla malattia. Allora si trattò di musica, oggi si tratta di pittura.

La scena dipinta è notturna: dietro i due personaggi, vince le tenebre soltanto la tenue fiamma di una candela, che però nel buio ha il potere di cacciare le tenebre. Metafora della malattia, della morte che incombe, della speranza che cede. “Bene, San Sebastiano si è affidato a qualcuno. Lo stesso hanno fatto migliaia di benefattori sostenendo, attraverso le raccolte fondi del Circolo della Bontà, la mano caritatevole di Irene – spiega il giornalista Gianni Spartà, presidente della Fondazione -. Vogliamo fare lo stesso anche noi attraverso il Progetto CurArti: fare cultura in un ospedale, perché esso non è fatto solo di sale operatorie, ma luogo in cui per tante ragioni si riversa la civiltà di un territorio”.

E civiltà significa anche curare attraverso la poesia, la musica, la pittura. Forse, presi dalla foga della ricerca scientifica e tecnologica, ce n’eravamo dimenticati.

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