ARTE E FEDE/ Nei Sacri Monti un “cuore” medievale ha attraversato il tempo

- Danilo Zardin

Il bisogno di rifarsi alla concretezza della storia della salvezza, che diede origine ai Sacri Monti, era tipico del sentimento cristiano medievale (3)

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Sacro Monte di Varese, Cappella 8, Cristo coronato di spine (Foto Mattana, da Wikipedia)

Abbiamo parlato della spinta alla riproduzione imitativa dei teatri scenografici della Terra Santa come impulso fondamentale per la nascita dei Sacri Monti. Ma per riprodurre e sostituire non si poteva inventare: il ricalco, per essere veramente attendibile, doveva inseguire l’ideale della restituzione totalmente mimetica degli originali, sulla traccia delle misurazioni scrupolose e delle precise raffigurazioni descrittive tramandate dalle memorie dei pellegrini, diffuse sempre più ampiamente tramite la stampa, saldamente interiorizzate nei ricordi di chi il pellegrinaggio in Palestina riusciva a compierlo pur in condizioni avverse.

Questo avvenne anche per diversi francescani vicini all’osservante Bernardino Caimi, la cui fervida predicazione fu la molla che fece decollare la strepitosa impresa del Sacro Monte di Varallo: forse già intorno al 1481, sicuramente entro il 1491, la data inscritta nella lapide di dedica all’ingresso della cappella che doveva costituire il centro della “Nuova Gerusalemme” valsesiana, che custodiva la letterale ripresentazione del Sepolcro glorioso del Redentore.

Ma vi è da precisare che la spinta alla riproduzione imitativa dei luoghi di Terra Santa era attiva da secoli in Occidente, ben prima che si sprigionasse la minaccia delle ondate tardomedievali e moderne dell’islam aggressivamente conquistatore egemonizzato dai clan militari extraarabi e poi turchi. Se ne percepivano gli echi all’interno degli stessi ambienti cittadini, in Italia del nord e nel resto d’Europa, incoraggiando a inserire segni di rinvio agli scenari materiali della vita e del sacrificio salvifico di Cristo nella cornice di luoghi di culto tra i più insigni dell’intero mondo cristiano.

Il bisogno di avvicinamento alla concretezza sensibile dei fatti della storia della salvezza, il desiderio di vedere, di gustare, di toccare con mano, di introdursi il più possibile fisicamente nella realtà degli avvenimenti attraverso cui Dio in persona si era calato in mezzo alla vita degli uomini, erano linee di forza del sentimento cristiano medievale, che non andarono affatto affievolendosi, ma si incrementarono ulteriormente con il passaggio alla primissima età moderna. L’esigenza del perfetto ricalco topografico dei Luoghi Santi, esplosa in Valsesia con effetti subito dilatati fuori dalle comuni misure, era la stessa che ispirava i Calvari della regione francese, le Vie dolorose realizzate sull’esempio del loro paradigma normativo nei centri urbani dell’area tedesca, o che trovava sbocco nei percorsi commemorativi esportati in terra iberica, come sul monte che sorveglia la città di Granada, se non addirittura trapiantati oltre oceano, in terra latinoamericana.

A sua volta, la pressione crescente nel senso della rappresentazione teatralizzata, ostentata scenograficamente, dei contenuti fondamentali dell’annuncio cristiano non si limitava a influenzare la spazialità dell’architettura sacra. L’enfatizzazione in senso materiale dei nuclei centrali della fede condivisa doveva essere il più possibile esplicita, incisiva, orientata a colpire l’emotività, a calamitare gli affetti del cuore, la carica di immedesimazione dell’immaginario devoto del singolo individuo.

Per questo si coniugava con lo slittamento sempre più marcato della sensibilità religiosa nel suo insieme a favore della ricerca del massimo realismo mobilitante, legandosi alla riproposizione dei suoi pilastri portanti mediante segni e oggetti con cui interagire, alla logica del ricreare dinamicamente, della drammatizzazione, del rivivere e dello sperimentare in prima persona: finalità a cui puntavano, nella stessa epoca e nel medesimo contesto geografico europeo, l’accentuazione in senso patetico delle raffigurazioni del Cristo crocifisso e delle storie della passione, la teatralità coinvolgente delle sacre rappresentazioni e dei rituali processionali, il proliferare della tradizione delle laudi, tutti registri di comunicazione che avevano come tratto comune quello di dare piena risonanza esistenziale a un “discorso” della coscienza religiosa su cui poi si espandevano l’oratoria vibrante della predicazione accessibile anche a un vasto pubblico popolare, la catechesi sistematizzata su scala di massa, insieme alla ricchezza esuberante di una letteratura pedagogica che insegnava l’arte della ricreazione immaginaria, dettagliando i punti da fissare per rianimare le scene del racconto sacro introducendole nello spazio di un presente di cui ognuno era chiamato a rendersi attore risolutivo.

Per favorire l’autoidentificazione, ai personaggi e alle situazioni della scena meditata si potevano sovrapporre le fattezze delle realtà che si sentivano più familiari. Il proprio io, per primo, entrava in gioco nella “ricomposizione del luogo”. Diventava il perno della trama di pensieri di una orazione che era, sì, “mentale”, ma ancorata alla sostanza terrestre di ciò che ne costituiva il perimetro vincolante da cui partire. Coltivare questo metodo significava allenarsi a ricalcare le stesse orme impresse dal Salvatore nei suoi tragitti lungo le strade di Galilea e di Giudea, schierandosi al suo fianco nelle prove che l’hanno accompagnato, insieme a Maria, al discepolo fedele e alla Maddalena pentita ai piedi della croce su cui i persecutori l’avevano innalzato. Vedere con gli occhi del corpo, intromettersi con la fisicità del proprio essere in un dramma da rivivere, era un modo per appropriarsi, da uomini in carne e ossa, di un patrimonio di verità (non erano solo idee) in cui si credeva, lasciando che fosse catturata e riconvertita dall’interno l’energia di adesione del proprio cuore e della propria mente.

(3 – continua) 

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