ARTE/ Enzo Mari, il design è un’utopia a prova di realtà

- Giuseppe Frangi

Riapre alla Triennale di Milano la mostra dedicata a Enzo Mari, grande protagonista scomparso del design milanese. Non si è mai arreso alle tendenze dominanti

enzo mari
Enzo Mari

Ora che si entra finalmente in zona gialla è davvero il caso di non perderla: mi riferisco alla mostra che la Triennale ha dedicato ad Enzo Mari e inaugurata poco prima della sua morte per Covid (in zona gialla musei e mostre possono aprire nei giorni feriali). Mari è stato uno dei protagonisti della grande stagione del design milanese, ma è stato un protagonista assolutamente sui generis. Per capire, basta ricordare che il suo oggetto più celebre, prodotto da Danese, ma oggi introvabile è un vassoio che si chiama Putrella: ed è in effetti un frammento di putrella piegata ai lati per assolvere la sua funzione. Oggetto semplice, quasi rude, che conquista pur concedendo poco all’estetica. Oggetto che è una celebrazione della concretezza della vita quotidiana, che sposa la dimensione del lavoro con quella della convivialità

Dire che Mari sia stato un designer “contro” è semplicistico e non corretto. È stato un designer che non si è mai arreso davanti alla versione modaiola del design, che ha combattuto nella convinzione che un oggetto non è un punto di arrivo ma semmai un punto di partenza, proprio come quella Putrella. Ha detto di lui, con parole che meritano di essere davvero centellinate, un altro grande protagonista di quella stagione milanese, Ettore Sottsass: “Che l’Enzo Mari tra tutti quelli che fanno questo buffo, ambiguo, incerto e scivoloso mestiere che oggi si chiama ‘design’, sia uno che insegue con più disperazione e accanimento il sogno di sottrarlo (questo mestiere) al suo peccato originale, di riscattarlo dalla corruzione, di metterlo in qualche modo a disposizione della storia malinconica della gente che cammina per le strade piuttosto che a disposizione delle presunzioni stizzose delle aristocrazie al potere, questo si sa”. 

Perché un oggetto possa sottrarsi a questo “peccato originale” per Mari era indispensabile ristabilire la connessione tra ogni oggetto e forme archetipe. “Io credo nella forza degli oggetti, nella loro essenza”, diceva. Per lui la parola “forma” si riempiva di echi profondi, nonostante la banalità della destinazione di ciò che si progettava: anche una semplice posata doveva radicarsi dentro un archetipo. “Non fossero ma state create le prime cento forme archetipe non ci sarebbero state le mille successive”, dice in una delle tante, bellissime interviste concesse ad Hans Ulrich Obrist (co–curatore della mostra insieme a Francesca Giacomelli). “Per questo suggerisco ai miei studenti di guardare prima agli antichi che più facilmente possono trasmettere l’essenza di un segno senza le incrostazioni del gusto e dei sogni di un’epoca”.

Il design, si sa, si regge su un’alleanza creativa tra chi progetta e chi poi produce. Anche da questo punto di vista Mari ha agito da pungolo: non si è mai seduto sul successo, ma ha sempre cercato di tener vivo un modello il più possibile aperto, che stimolasse anche gli industriali a sperimentare di più. Nel 2004 aveva pubblicato un’inserzione sul mensile Domus diretto allora da Stefano Boeri in cui scriveva: “Progettista di grande esperienza e di riconosciuta qualità cerca disperatamente non solo per sé GIOVANE IMPRENDITORE”. Poi un asterisco rimandava ad una spiegazione più particolareggiata della richiesta: “Un buon progetto richiede l’alleanza appassionata di due persone: un soldato dell’utopia (il progettista) e una tigre del mondo reale (l’imprenditore). È sempre la tigre, se vuole, che consente la realizzazione di almeno un frammento di utopia”.

Tra i frammenti di utopia, c’erano i percorsi di progettazione partecipata. E c’erano anche tanti progetti pensati per i bambini, ai quali Mari ha destinato sempre un’attenzione innamorata (meravigliosi i suoi libri di favole con gli oggetti come protagonisti). Per questo, come ha scritto sempre Sottsass, è impossibile non voler bene ad un personaggio come Enzo Mari: “Gli vogliamo bene: per questa sua impaurita dolcezza per la quale, se si mette a fare qualche cosa, lo fa sperando di riempire in qualche modo qualcuno di quei vuoti, orribili, neri come buchi di peste, che si vedono e non si vedono (ma che ci sono) sotto la finta pelle perfetta di questo ansante corpo della ‘civiltà avanzata’”.

(Tutti i virgolettati sono ripresi dal ricchissimo catalogo della mostra pubblicato da Electa)

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