ARTE/ Il “bacio” di Hayez, una lezione (attuale) all’Italia unita

- Domenico Bilotti

Il “Bacio” di Hayez (1859) è, a modo suo, un’opera fortemente politica. E ci parla di un Risorgimento ancora attuale

san valentino 2019
Il Bacio di Francesco Hayez (Wikipedia)

Il “Bacio” di Hayez, in particolare nella versione del 1859 che anticipa tre rivisitazioni compiute dallo stesso artista in meno di un decennio, è indubbiamente una delle opere più celebri del XIX secolo e, probabilmente, dell’intera storia dell’arte dalla modernità ad oggi. È stata peraltro storicamente una delle ultime volte in cui le scuole italiane delle arti figurative hanno apertamente manifestato la capacità di influenzare un immaginario collettivo – risuccesse, nel XX secolo, al Futurismo e alla Metafisica, ma in un quadro globale di ampia diversificazione degli stili, delle tematiche, delle ricerche. 

Le ragioni di questa influenza sono molteplici. È innegabile che un peculiare significato sia da assegnare alla persistente bellezza del bacio amoroso, che si fa icona dei messaggi sociali a quello improntati. Ed è parimenti inconfutabile che Hayez, al netto di pur fondate controversie interpretative sulla sua presunta originalità o meno, fosse maestro di una tecnica pittorica capace di unire vocazione romantica e dominio tecnico. 

Se, insomma, non rivoluzionò il posto della figura sulla tela, né i canoni ermeneutici della sua interpretazione nello spazio, fu indubitabilmente studioso solerte, esperto alternatore di colori e dosaggi, devoto conoscitore delle tradizioni artistiche che lo avevano preceduto. 

È verosimile poi si debba associare, ai motivi della costante fortuna dell’opera, anche l’esser figlia di un periodo memorabile di storia italiana ed europea: Hayez è uomo del Risorgimento, Mazzini ne vanta la frequentazione, gli ideali della Milano patriottica, combinati a prime istanze di mutualismo e socialismo, infiammano un dibattito di scala continentale. Se la Rivoluzione francese nel 1789 e quella sovietica del 1917 hanno avuto i loro intellettuali e i loro dipinti a portarne l’onda lunga al vissuto della contemporaneità e della posterità, il Risorgimento italiano e, in particolare, la stagione di sedizioni, rivolgimenti e alleanze che va dal 1848 al 1861, hanno in Hayez uno dei loro più maturi cantori. 

E qui iniziano le perplessità per parte della critica che preferisce il crinale dell’ideologismo a tutti i costi contro la forza universalistica del messaggio artistico. I revisori della storia risorgimentale fanno di Hayez (e molti altri) i corifei dell’egemonia settentrionale contro i territori meridionali annessi, ma non ci pare che questa critica colga nel segno, né sul piano tecnico, né su quello eminentemente storiografico.

Se al Sud il potere impose categorie normative che non possedeva, ciò avvenne a unificazione avvenuta, e non prima. E l’ideale unitario-romantico non era privo di senso per i giovani meridionali e per i cospiratori del Sud Italia, tra i quali i sentimenti antimonarchici risalivano almeno alle agitazioni repubblicane della fine del secolo precedente. Dovrebbe essere il tempo di una storiografia collettiva più schietta e meno aprioristica, a costo di avere nel breve periodo meno visibilità e seguito: investigare gli abusi che furono commessi durante e a presidio dell’unificazione nulla ha in comune col ricordare come visioni repubblicano-sociali, cristiano-romantiche e per certi versi anti-regie e insurrezionali fossero tutto fuorché patrimonio di pochi. Rievocare il dibattito giuridico, politico, culturale del Risorgimento non significa accettare acriticamente una visione monodimensionale dell’unità d’Italia. Ci pare, purtroppo, sia avvenuto il contrario: dall’elogio incondizionato si è giunti al disfattismo più sistematico. 

Non convincono nemmeno le accuse di maschilismo talvolta rivolte all’opera: il fuggitivo che scappa, che abbraccia, che ghermisce, è un uomo; la donna è preda del desiderio, reggitrice dell’assenza, comparsa della Storia. Non crediamo che Hayez percorresse questi filoni di pensiero, nonostante la cultura ottocentesca ponesse ancora limiti ampi alla soggettività giuridica femminile. Nel quadro, il fuggitivo è il carbonaro combattente (peraltro trasfigurato in vaghe posture e scene medioevali) perché è probabilmente lui il ricercato, il sedizioso; la foga del suo abbraccio somiglia più a una declinazione carnale del compianto tra Ettore e Andromaca che non alle nevrosi freudiane. La donna, tanto nel quadro quanto nella realtà storica del movimento patriottico, non è soprammobileria del desiderio: è soggetto dell’azione, è seduzione e protezione al tempo stesso; è partecipazione di lotta ai comuni disegni di speranza. 

Par di poter concludere che di Hayez c’è molto, molto, bisogno. Per il senso così ben espresso nel polisemico lemma latino “studium”: quell’ombra forte di semantica che copre la dedizione lucida a ciò che si fa e l’amore vissuto nella pienezza del suo agire nei suoi tempi e nei suoi spazi, alla ricerca di un bellissimo universale di benessere e gioia. Si, c’è bisogno di un bacio. Un bacio ancora. 

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