ARTE/ L’urgenza di Somaini: da Milano a Baltimora ritrovare l’anima della città

- Francesco Toniutti

A Milano una mostra nelle tre sedi di Palazzo Reale presenta l’intero percorso artistico dello scultore Francesco Somaini (1926-2005)

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Francesco Somaini, Monumento ai Marinai d'Italia, Milano (1967, particolare) (foto da Wikipedia)

Nel tempo in cui improvvisati giustizieri regolano i conti con il passato abbattendo statue in varie parti del mondo, ci si può interrogare sul ruolo che i monumenti possono ancora rivestire nei nostri contesti urbani.

I  centri storici italiani sono costellati di opere urbane la cui origine è spesso celebrativa, mentre nelle città artistiche per eccellenza come Roma o Firenze, testimonianze artistiche di un tempo antico evidenziano in modo grandioso il percorso della storia dell’arte. In anni più vicini a noi, il monumento inteso come elemento che vuole ricordare qualche personaggio o evento, ha assunto nella maggior parte dei casi un significato retorico; si pensi alle statue di fine Ottocento o inizio Novecento, o anche alle molte celebrazioni dei caduti delle guerre o della Resistenza.

In una città industriale come Milano, le presenze monumentali ci appaiono indistinte rispetto al contesto architettonico e, pur non essendo poche, di più o meno pregevole fattura, suscitano scarsa attenzione. Solo uno sguardo in qualche modo “affettivo” le può distogliere dal permanente oblio (l’opposto dell’intento per cui furono concepite). Ricordando Baudelaire si può forse affermare che solo un’opera d’arte autentica attraversa il tempo, sia che voglia ricordare qualcosa sia che voglia stare solo nel presente.

Premesso ciò, ci si può imbattere in sculture pubbliche che suscitano immediato stupore, come accade quando si attraversa il Parco dei Marinai d’Italia a Milano nella zona di Corso XXII marzo.

Un’onda imponente si erge da un tranquillo parco cittadino, meta di bambini e mamme milanesi (e spesso temporaneo rifugio per chi casa non ha). Osservando con più attenzione, si nota all’interno del bacino della fontana, a sovrastare i suoi zampilli, la forma di una Vittoria, evocazione delle antiche Nike, che accenna a uscire dalla curvatura del bronzo. Si tratta dell’opera dello scultore Francesco Somaini, inaugurata nel 1967 alla presenza dell’allora ministro Aldo Moro. L’opera fu affidata allo scultore dal grande architetto Caccia Dominioni con cui aveva già collaborato e doveva celebrare la Marina italiana e i caduti della Seconda guerra mondiale (di questa collaborazione creativa tra i due si segnala la galleria Strasburgo, sempre a Milano, con i bellissimi pavimenti progettati da Somaini).

Il progetto iniziale del Parco prevedeva una gestione dello spazio ben più articolata a indicare una concezione paesaggistica di ampio respiro.

Nella scultura, l’onda marina sospinge la Vittoria protendendola verso lo spazio, in una soluzione formale che rimanda alle forze primordiali della natura. Le due grandi ali si vanno formando nello slancio della proiezione in avanti.

La scultura di Somaini incorpora gli esempi dell’arte antica senza sforzo citazionistico, sprigionando un’energia che permea tutta la sua opera, la cui ricerca si è paragonata di continuo con quelle forze che regolano il cosmo.

Si può riscontrare questo aspetto nelle sue grandi opere come nelle sculture di dimensioni più ridotte.

Per rimanere alle opere monumentali, questa tensione si è identificata in una “urgenza” – per citare il titolo del bellissimo libro concepito con Enrico Crispolti (E. Crispolti, F. Somaini, Urgenza nella città, Mazzotta, 1972) – avvertita in seguito al formarsi di agglomerati metropolitani sempre più impersonali, traducendola in forma-materia contrapposta al razionalismo architettonico. L’artista, fattosi conoscere dai più importanti collezionisti americani dopo i successi ottenuti alla Biennale di San Paolo del Brasile, in seguito ai diversi viaggi negli Stati Uniti ha cominciato a pensare a interventi pubblici che si opponevano al contesto urbano secondo l’insegnamento tratto dai prigioni di Michelangelo. Le spinte naturali vengono così innervate di elementi anatomici e umani. Testimonianza ne sono i bellissimi fotomontaggi con immagini di New York all’interno delle quali le sue sculture fotografate e ritagliate in scala ingrandita si contrappongono ai grattacieli.

Alla fine degli anni 60, dopo il periodo cosiddetto “informale”, ha sviluppato una concezione di scultura tesa a un ruolo sociale. Opere a scala urbana “posta nei luoghi primari della città a indicare i sensi obbligati, gli stop, i pericoli dell’uomo, della metropoli. Segnaletica di simboli, di certezze da ritrovare sulla radice stessa dell’uomo. Assolutezza della segnaletica: morte, sesso, furore, crudeltà, in simboli inequivocabili, grandi, enormi, incombenti a memorizzare all’uomo i motivi centrali di tutta la sua storia, di tutto il suo essere (…) a denudamento conoscitivo, a esorcizzazione terapeutica”.

L’arte urbana assume un ruolo catartico, come nel teatro greco. Si profila così a partire da un’analisi sociologica e urbanistica approfondita, sviluppata nel volume prima citato, un ulteriore slancio che spinge l’arte verso un nuovo umanesimo. La scultura nella città diventa occasione per ritrovarne l’anima, incarnazione dei desideri della gente che la popola, vibrazione espressiva della contraddizione che la abita.

Testimonianza del pensiero vivo di Somaini è la mostra allestita nelle tre sedi di Palazzo Reale, Museo del 900 e Fondazione Somaini (fino all’11 settembre) che oltre al focus sui bellissimi bozzetti per la scultura di Largo Marinai d’Italia, presenta l’intero percorso dell’artista, iniziato nell’ambito di Brera con Manzù, proseguito con lo studio di maestri come Lipchitz o Arp e, attraversato il momento informale, giunto poi alle grandi commissioni pubbliche (per le città di Atlanta, Baltimora e Rochester, tra le altre); infine il ritorno a una “forma-matrice” organica e mitologica (ad esempio negli “Antropoammoniti”), utilizzando l’azione e la sperimentazione – come la lavorazione sulle superfici a pressione con getto di sabbia – per ritrovare attraverso il “corpo a corpo” con la materia la traccia della presenza dell’uomo.

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