ARTE/ Picasso, “La madre”: l’ansia di felicità prevale su ogni male

- Giulia Sponza

2 febbraio, Giornata per la vita. Nel 1901 Picasso ha dipinto una madre insieme ai due figli. Il sacrificio e la dedizione della maternità

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Picasso, La madre (1901), particolare

Come scolpita dall’ignoto dramma che ne tende ogni fibra, questa madre di Picasso ci cattura fino ad infonderci lo stesso appassionato vigore che sembra essersi impadronito di lei mentre – tutta protesa nello spasmo tragico per una minaccia incombente – stringe a sé i figlioletti quasi fossero il suo più naturale ed espressivo prolungamento.

I tratti nervosi e scavati con cui Picasso ha intagliato i contorni di questa personalità solitaria arrivano ad ingigantirne la statura umana così che, pur conservando un’austerità scarna e sobria, essa domina ugualmente la scena.

Fuso nella tenacia di quell’abbraccio e insieme assimilato a quella virile sofferenza, ci appare il piccolo che la madre tiene per mano. Ignaro forse di quanto va consumandosi, addenta il bambino un frutto maturo e tuttavia il suo sguardo rivela una sorta di segreto e silenzioso affanno, quasi un suggerimento implicito ma perentorio, a seguire. Obbedisce la creatura abbandonandosi senza resistenze alla solida presenza materna, fino ad innestarsi in essa come il ramo ancor tenero sul tronco rugoso.

Cogliendo lungo la strada questo brandello di umanità lacerata, sembra che Picasso abbia voluto dar voce a quel ripetuto vagare dell’uomo, a quell’ansia mai paga di una felicità da secoli immaginata e invano attesa.

Eppure, in quella sagoma bianca che rompe il grigiore mesto della madre errabonda, flebile si profila un accento di speranza, un lampo di ripresa, una prospettiva nuova di luce.

Nella vita che continua, dunque, nell’innocenza che si affida, nell’originale abbandono che, con informi vagiti, grida l’impotenza stessa dell’essere, Picasso sembra riaffermare il significato e lo scopo della maternità.

Si legge nello sguardo cupo e lontano della madre una segreta determinazione del cuore, l’urlo di una volontà che si dibatte e geme mentre attinge la sua propria forza all’energia stessa di quella fecondità che tutta la plasma nel suo essere donna e prima ancora persona.

È dunque ciò che ha generato, quello che di più ne realizza la consistenza umana e ne fissa il compito. Definita da questa coscienza, si proietta così la madre verso quell’ignoto che forse, ora, non le fa più paura. 



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