Aspirina non aumenta sopravvivenza ricoverati Covid/ Lo studio: “Risultati deludenti”

- Silvana Palazzo

Aspirina e Covid, arriva la bocciatura: non aumenta sopravvivenza ricoverati Covid. Lo studio: “Risultati deludenti, nessun impatto importante”

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Pastiglie (Foto: Pixabay)

L’Aspirina non riduce la mortalità dei pazienti ricoverati in ospedale per Covid. A smentire gli studi precedenti è la ricerca denominata “Recovey” che ha valutato, tra le diverse terapie, anche gli effetti della somministrazione nei malati ospedalizzati di questo antinfiammatorio non steroide a base di acido acetilsalicilico. In virtù del fatto che i pazienti con Covid hanno un rischio aumentato di trombosi e del fatto che l’Aspirina viene somministrata in altre patologie per prevenire la formazione di coaguli nei vasi sanguigni, è stato condotto un trial che ha coinvolto quasi 15mila persone tra novembre 2020 e marzo 2021. I risultati hanno mostrato che non aumenta la sopravvivenza dei pazienti ricoverati in ospedale. I malati sono stati divisi random in due gruppi: il primo, con 7.351 persone, ricevevano 150 milligrammi di Aspirina una volta al giorno; nell’altro, invece, 7.541 trattati con le abituali terapie previste. I ricercatori hanno quindi osservato che il primo gruppo ha avuto una degenza ospedaliera di 8 giorni, 9 invece per il gruppo controllo.

LO STUDIO SULL’ASPIRINA: “RISULTATI DELUDENTI”

I ricercatori hanno anche riscontrato che nel gruppo Aspirina sono sopravvissuti e dimessi entro 28 giorni il 75% contro il 74%. Inoltre, per ogni mille pazienti trattati con Aspirina, circa 6 in più hanno mostrato un evento di sanguinamento maggiore e circa 6 in meno un evento tromboembolico. «L’Aspirina non è stata associata a riduzioni di mortalità a 28 giorni, o di rischio di passare alla ventilazione meccanica invasiva o di decesso», ha dichiarato l’infettivologo Peter Horby, del Nuffield Department of Medicine dell’università di Oxford e co-coordinatoore dello studio. Anche se l’Aspirina è stata «associata a un piccolo aumento della probabilità di essere dimessi vivi, questo non sembra essere sufficiente a giustificarne l’impiego diffuso nei ricoverati per Covid». L’epidemiologo Martin Landray, co-coordinatore della ricerca, ha spiegato che «c’è stata una forte indicazione che la formazione di coaguli nel sangue possa essere responsabile del deterioramento della funzione polmonare e della morte nei pazienti con Covid grave», quindi «delude che non abbia avuto un impatto importante su questi pazienti».



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