ASSEGNO UNICO/ Le falle di un sistema ancora incompleto (e povero) di sostegni alle famiglie

- Natale Forlani

L’Assegno unico per i figli rappresenta una novità importante per l’Italia, ma non può essere considerato un traguardo per i sostegni alle famiglie

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LaPresse

Con l’approvazione del secondo decreto legislativo da parte del Consiglio dei ministri si completa l’attuazione dell’assegno unico basato su criteri di universalità e progressività (di seguito a.u.) per i sostegni dei figli a carico delle famiglie, la parte fondamentale della legge delega delega n.46/ 2021, meglio nota come Family Act, approvata dal Parlamento nel mese di aprile u.s..

Con il decreto legislativo n.79, convertito nelle legge 112 nel mese di luglio, si era provveduto a offrire una prima anticipazione dell’a.u. per le famiglie dei lavoratori autonomi, prive di reddito o titolari del reddito di cittadinanza che non avevano accesso agli assegni familiari e alle detrazioni fiscali per i figli a carico previsti per quelle dei lavoratori dipendenti, prorogato per queste ultime il regime vigente fino al 31 dicembre 2021. Il nuovo decreto provvede a completare l’attuazione per l’intera platea delle famiglie sulla base di un diritto attivato dalla presenza di figli a carico, minori, maggiorenni fino ai 21 anni, o disabili senza limiti di età, come indicato nella legge delega.

Il nuovo decreto provvede a uniformare i trattamenti per tutte le famiglie a prescindere dalla condizione professionale e dell’occupazione a partire dal 1° marzo 2022 (rimangono in vigore fino a quella data le disposizioni in atto). Come affermato dal ministro per la Famiglia Elena Bonetti, l’assegno unico è una misura mirata a offrire a ciascun figlio, a partire dal 7°mese di gravidanza fino ai 21 anni, una dote mensile rapportata al reddito delle famiglie, certificato sulla base dei criteri Isee contenuti nella domanda da presentare all’Inps. Gli importi previsti oscillano dai 175 euro mensili per ogni figlio minorenne, per le famiglie con un reddito complessivo Isee pari o inferiore ai 15 mila euro, ridotti progressivamente fino a 50 euro quelle che superano i 40 mila euro Isee. Importi di base che vengono ridotti a 85 euro per i figli maggiorenni fino ai 21 anni.

Gli assegni vengono ulteriormente maggiorati fino a 85 euro a partire dal terzo figlio e di 105 euro per quelli disabili non autosufficienti (95 e 85 euro per i disabili in condizioni meno gravi). Anche in questo caso la maggiorazione viene contenuta sugli 85 euro per i figli con età superiore ai 21 anni. Anche per i figli disabili vengono previste le riduzioni progressive degli importi sulla base dei redditi familiari Isee. Per incentivare l’occupazione femminile l’assegno viene maggiorato fino 30 euro per ogni figlio quando lavorano entrambi i genitori (purché l’Isee non superi i 40 mila euro). I nuclei con quattro o più figli riceveranno un’ulteriore “maggiorazione forfettaria” di 100 euro.

Hanno diritto a inoltrare le domande, a partire dal 1° gennaio 2022, tutti i cittadini italiani e comunitari regolarmente residenti in Italia, e i cittadini extracomunitari lungo soggiornanti, residenti da due anni o comunque in possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro superiore ai sei mesi (i criteri di accesso per gli stranieri recepiscono la direttiva europea che consente di derogare ai principi della assoluta parità di accesso alle prestazioni sociali per i cittadini extracomunitari regolarmente residenti).

Le domande devono essere inoltrate dopo il 1° gennaio di ogni anno, sulla base dei redditi Isee riferiti all’anno precedente, che daranno luogo all’aggiornamento del valore degli a.u. a partire dal 1° marzo successivo.

Con la piena introduzione dell’a.u. cessano le erogazioni degli assegni familiari per i lavoratori dipendenti, le detrazioni fiscali Irpef per i figli a carico, e alcune misure temporanee di sostegno alla natalità (bonus bebè). Le risorse, circa 15 miliardi, vengono destinate, insieme a una dote ulteriore di 6 miliardi, al finanziamento della nuova misura.

Gli importi dell’a.u . rimangono compatibili con quelli in vigore per i contributi erogati dalle regioni per il sostegno dei figli e con i bonus per gli asili nido. Vengono esclusi dalla base imponibile per i prelievi fiscali e dalla valutazione dei redditi per accedere alle prestazioni assistenziali. Sono cumulabili con il Reddito di cittadinanza, previa la sottrazione della maggiorazione del sussidio per i figli a carico fino a compensazione prevista per i beneficiari del Rdc (i quali non dovranno presentare domanda per l’a.u.).

Alcune stime sull’impatto del provvedimento effettuate dalle organizzazioni sindacali e dalle associazioni delle famiglie evidenziano come l’introduzione del criterio Isee possa comportare delle perdite economiche per circa 1 milione di famiglie di lavoratori dipendenti rispetto alle prestazioni in atto (sommando gli assegni familiari e la quota delle detrazioni fiscali).

Per offrire una risposta a queste preoccupazioni il decreto introduce una clausola di salvaguardia provvisoria che consente di mantenere i precedenti importi per i prossimi tre anni (integralmente per il primo anno e ridotti rispettivamente di un terzo e dei due terzi per quelli successivi) limitatamente ai redditi inferiori ai 25 mila euro Isee. Queste limitazioni, anziché risolvere i dubbi, rischiano di confermare il loro fondamento, dato che le potenziali perdite riguardano particolarmente le fasce di reddito immediatamente superiori all’importo beneficiato dalla clausola di salvaguardia.

La valutazione del reddito Isee per l’accettazione delle domande e per il calcolo degli importi dovuti, a detta di molti operatori dei Centri di assistenza fiscale (Caf), motiva la mancata presentazione di circa 900 mila domande da parte dei lavoratori autonomi e parasubordinati (con un dimezzamento del numero dei potenziali beneficiari stimato dal ministero dell’Economia per il decreto varato nel luglio 2021), per evitare i rischi di incorrere negli accertamenti periodici sulla congruità dei redditi dichiarati.

Un’ulteriore critica viene avanzata alla modalità di pagamento dei nuovi assegni (credito d’imposta o erogazione diretta degli importi da parte dell’Inps condizionata alla verifica periodica delle dichiarazioni Isee) che può comportare ritardi rispetto all’erogazione diretta nella busta paga mensile attualmente in vigore per i lavoratori dipendenti.

Secondo le stime aggiornate, l’introduzione dell’assegno unico universale comporta la presentazione, e la verifica preventiva, di circa 12 milioni di dichiarazioni Isee annue, tenendo conto di quelle da inoltrare per altre finalità. Una cifra in grado di collassare i sistemi di controllo preventivo dell’Inps ancora privi di banche dati consolidate sui redditi e i patrimoni, come dimostrato nella gestione del Reddito di cittadinanza.

Nonostante i dubbi e le perplessità riguardo l’opportunità di estendere i criteri Isee, previsti dalle norme per contingentare l’accesso alle prestazioni assistenziali, a un provvedimento mirato a sostenere la natalità, l’a.u. rappresenta una novità di grande portata nelle politiche sociali del nostro Paese. Ancora lontana dall’intensità degli interventi adottati in Francia e nei paesi del centro nord Europa, che registrano tassi di natalità superiori a quello italiano, e che dovrebbero diventare l’oggetto di ulteriori interventi sulla base delle previsioni contenute nel Family Act approvato dal Parlamento.

Da considerare come l’inizio di un percorso da implementare verso obiettivi più ambiziosi e non, come purtroppo sta avvenendo nella discussione sulla delega fiscale e sulle pensioni, come il pretesto per accantonare il tema dei sostegni alle famiglie.

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