ATTENTATO ALLA CHIESA/ Islam militante, Europa indifferente: dove abbiamo sbagliato

- Salvatore Abbruzzese

Attentato a Nizza: ieri un tunisino di 21 anni, Aouissa Brahim, ha ucciso tre persone nei pressi della basilica di Notre-Dame al grido di Allah Akbar

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Nizza: poliziotti davanti alla cattedrale dopo l'attentato islamista del 29 ottobre 2020 (LaPresse)

È bene partire dal suono delle campane delle chiese di Francia che hanno risuonato alle 15 di questo mesto giovedì di ottobre, per annunciare il lutto per le tre vittime della follia omicida, assassinate dentro e fuori dalla basilica di Notre-Dame di Nizza, da un giovane ventenne al grido di Allah akbar. Il suono delle campane che annunciano un lutto è importante, invita a pensare e a riflettere. Riflettere sui morti e sui feriti accoltellati innanzitutto. C’è bisogno di silenzio e, per chi sa e può, certamente di preghiera.

Ma c’è bisogno anche di riflettere sul delirio di un ventenne al quale una precisa corrente religiosa, interna all’arcipelago islamico, ha devastato l’animo ed armato la mano. Così come ha armato quella del diciottenne ceceno che una settimana fa a Parigi ha ucciso e decapitato un insegnante, o quella del diciassettenne che, sempre a Parigi, non più tardi di un mese fa, vicino alla vecchia sede di Charlie Hebdo (l’oramai mestamente noto settimanale satirico francese), ha ferito gravemente quattro persone con una mannaia.

Attentati pulviscolari, fatti da persone singole, che non c’è bisogno di allenare, né di armare. Un terrore da bricolage, in una performance spettacolare quanto ridicola di giovani assassini che brandiscono le loro roncole, uccidendo passanti, preti anziani e donne alla messa del primo mattino. Per quelli della mia età, abituati alle organizzazioni terroristiche degli anni settanta, alla “geometrica potenza” delle Brigate, dei Nuclei e dei Proletari Armati, questi ragazzi con il coltello in mano e la mente devastata da un’identità vendicatrice e mortifera, sembrano provenire da un altro mondo, magari inesistente. Potremmo serenamente pensare a pochi casi devianti e ad aprire i testi di patologia psichica.

Ma i morti sono veri. Così come lo sono i proclami alla guerra santa provenienti da un universo di senso che è molto di più di una religione. L’islam infatti, irriducibile ad uno scenario unico e attraversato da conflitti infiniti al suo interno, è anche e contemporaneamente un’interpretazione del mondo, una cultura, una legge, una politica, un’appartenenza e un’identità. Risiede proprio in questa sua polivalenza la radice dei problemi che costantemente attraversa e l’irriducibilità dei conflitti che puntualmente vive.

Polivalenza che non vuol dire semplicemente pluralità delle interpretazioni e quindi diversità radicale tra le diverse famiglie religiose (il cristianesimo la conosce da secoli), ma vuol dire invece e soprattutto confusione costante dei piani: il piano religioso con quello politico e quello politico con quello identitario, le strategie dei singoli gruppi terroristici con quelle di una nuova potenza emergente, volta ad occupare il centro dell’arcipelago islamico e con esso, ovviamente, il potere. Certamente è una storia già nota: una religione che non si distingue dalla politica ha sempre un politico che si proclama religioso ed è pronto ad occupare il potere e mantenerlo.

Ma i morti sono veri. Ed è questa la verità che va scandita per dettare l’agenda del “che fare?”. I morti si possono evitare, almeno in parte, con la prevenzione, i controlli, la sorveglianza (ed è quello che probabilmente la Francia di Macron farà). Ma i morti si possono, e quindi si debbono, evitare abbattendo le narrazioni di comodo, le retoriche vittimistiche che si antepongono alle analisi rigorose sbarrando loro la strada. Ha ragione Olivier Roy quando parla di “santa ignoranza”. Ogni religione conosce una sua deriva di ignoranza, ma solamente l’islam tollera che quest’ignoranza si traduca in assalto alla mannaia e solo l’Occidente tollera che, indisturbata, circoli ancora nelle scuole e nelle università una retorica nella quale ci si genuflette al mondo, considerandosi come la radice di tutti i mali e di tutti gli orrori.

Gli accoltellatori teen-agers hanno assorbito in pieno entrambe queste retoriche. Quella di una religione che è in primo luogo rivolta e quella di un nemico che, dissociatosi da se stesso, non perde nemmeno un giorno a spiegare come sono andate veramente le cose, lasciando che l’ignoranza delle retoriche faccia il suo devastante lavoro e si sovrapponga alla cultura, che di fatto non c’è più. L’ignoranza fa sempre delle vittime innocenti, ma non di meno ha anche dei responsabili che l’hanno tollerata, che ne hanno sottostimato l’effetto devastante. Così come ha dei responsabili che hanno ignorato il fascino mortifero del giustiziere, quale si sentiva essere certamente il diciottenne ceceno, chiamato a vendicare l’onore di Allah offeso da chi si crede ancora di vivere nei leggeri anni sessanta, quando il mondo ha smesso di ridere da almeno vent’anni: precisamente da quando sono cadute le Torri Gemelle e nei campi palestinesi ci sono stati i festeggiamenti.

Un simile odio avrebbe dovuto preoccupare, non certo saltando il problema a piè pari in favore di una generica e scontata fratellanza, magari ripetendo il mantra dell’islam-religione di pace, ma ristabilendo il primato della conoscenza dei fatti; avendo il coraggio di recuperare la conoscenza di quanto è accaduto, come si faceva in secoli meno retorici di questi ultimi vent’anni.

La retorica (e quella religiosa non meno di quella laica) si nutre dell’ignoranza teologica e filosofica. Al posto della conoscenza ama produrre giudizi sommari, condanne e fatwa in un caso e ostentare olimpica indifferenza verso queste derive dall’altro. Da essa scaturisce la confusione, che regna tanto nell’islam militante quanto nell’Europa indifferente. Si arriva così, tra i furori degli uni e l’indifferenza degli altri, a produrre quella miscela esplosiva di odio e vendetta, per la quale più di qualche adolescente è pronto ad immolarsi.

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