AUMENTANO I POVERI/ Campiglio: l’Europa ci salverà, ma è l’ultima chiamata

- int. Luigi Campiglio

L’impatto economico della pandemia sta moltiplicando il numero dei poveri, soprattutto tra persone anziane e giovanissimi. Colpa anche di politiche sociali sbagliate

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Distribuzione di aiuti alimentari a Roma (LaPresse)

Già i dati dell’ultimo Rapporto Caritas lo mostravano: nel 2020 l’incidenza dei nuovi poveri è aumentata nel nostro Paese, complice la pandemia, in maniera esponenziale. Ed è aumentato, nei numeri, il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani e delle persone in età lavorativa. Una situazione a cui i sussidi previsti dal reddito di cittadinanza e d’emergenza non sembrano aver posto un freno. Nel 50,1% dei casi, infatti, sono i servizi della Caritas a essere stati identificati dai cittadini come la principale fonte di supporto durante la pandemia. Abbiamo chiesto a Luigi Campiglio, professore ordinario di Politica economica nell’Università Cattolica di Milano, di aiutarci a leggere i dati e a immaginare gli scenari che si profileranno dopo il 2020.

Professore, il Rapporto Caritas 2020 porta alla luce cifre drammatiche sullo stato dei poveri e dei nuovi poveri in Italia. Quanto ha influito economicamente l’impatto del Covid?

Il Covid ha impattato in un modo violento, che ha portato alla luce la fragilità di una parte del tessuto economico e sociale attuale. La categoria centrale della fase che stiamo vivendo è l’incertezza, incertezza misurata come capacità di arrivare a fine mese. Quello che è accaduto è che improvvisamente troppe famiglie si sono trovate a non riuscire più a programmare non dico in avanti di mesi o anni, ma anche di settimane. Per cui a quel punto le bollette sono andate in scadenza e così tante altre spese, penso agli affitti in particolare. Ma se le inadempienze per gli affitti chiedono tempo per essere colmate, la fame non chiede tempo. È sconcertante in un mondo come il nostro.

Un mondo che definirebbe come?

Nonostante la pandemia, il nostro è un mondo di abbondanza. Ma da tempo troppe famiglie, inizialmente famiglie di prima immigrazione e poi in misura crescente famiglie italiane in aggiunta a quelle straniere, soffrono la povertà.

Delle famiglie che chiedono aiuti due su tre sono italiane.

È un fenomeno nuovo che va letto sia nella sua cogenza di vita immediata – le famiglie non hanno di che nutrirsi – sia sotto altri aspetti.

Per esempio?

Mi preoccupano in particolare coloro che sono indifesi, i bambini e gli anziani soli soprattutto. Su questo aspetto il mondo politico si è dimostrato impreparato, lo stato sociale che avevamo è stato ridotto anziché essere potenziato e una delle conseguenze è questa. Conseguenza negativa, che per fortuna viene in parte sanata da istituzioni di volontariato e del Terzo settore che intervengono in un modo straordinario.

 Impressionanti i numeri sui ragazzi under 18 in stato di povertà: erano un milione e 137mila l’anno scorso, a cui rischia di aggiungersi un altro milione quest’anno secondo le previsioni di Save the Children.

I minorenni in Italia sono dieci milioni, stiamo parlando di una percentuale impressionante di ragazzi che vengono colpiti così duramente nella fase di vita più delicata, formativa, sia sul piano fisico che intellettuale e cognitivo. Sono condanne che a volte sono riparabili, altre volte purtroppo no. Gli estremi del ciclo di vita sono quelli più colpiti: gli anziani e i giovanissimi.

Il reddito di cittadinanza, i bonus e il reddito d’emergenza non hanno cambiato le carte in tavola? A settembre risultavano ben 3 milioni di beneficiari (600mila in più rispetto all’anno precedente) per il solo reddito di cittadinanza.

Mettiamola così: qualcosa avranno fatto. Mi viene da dire che siamo stati come collettività poco fortunati, perché purtroppo quello che le cronache dicono è che la gestione di questo strumento non è stata attenta al bisogno. Bisogna conoscere il bisogno, essere vicini alle persone per aiutarle. Questo è un aspetto centrale del processo con cui si possono ridistribuire le risorse. Da parte della Caritas questo avviene in modo particolarmente attento, un povero navigator non sa come deve fare!

Ci sono poi i cosiddetti working poor, un dato che ci colpisce ancora di più perché si tratta di persone che lavorano ma senza alcuna garanzia: autonomi, intermittenti, lavoratori stagionali o irregolari, che non hanno gli strumenti per vivere una vita quantomeno dignitosa. Cosa fare?

Diventa ancora più difficile per loro chiedere aiuto: le richieste alla Caritas sono balzate del 105%, del 153% al Sud. Sono persone per le quali la dignità, il non doversi vergognare, è un aspetto centrale. Voglio dire che le persone prima di arrivare alle porte della Caritas immagino ci abbiano pensato non una ma cento volte, e per chi non l’ha mai fatto è un passo che implica anche lo sviluppo di idee di sé e dimensioni valoriali sbagliate. Pensano “Ho fallito, non sono stato adeguato”, quando in realtà così non è. Per questo è importante l’empatia, è fondamentale che chi dona non solo capisca dov’è il bisogno, ma sappia anche come donare, in un modo che esprima solidarietà.

Nel 2020 si calcolano 14 milioni di persone in difficoltà nel nostro Paese, di cui 5 milioni aggiuntesi quest’anno a causa della pandemia. Questo è uno dei momenti più difficili della nostra storia economica?

Stiamo attraversando un momento veramente difficile, che sta mettendo a dura prova non solo l’economia, ma anche il tessuto sociale.

Con quali strumenti possiamo immaginare di uscirne?

Noi abbiamo una grande fortuna nella sfortuna ed è che siamo in Europa. Siamo in Europa e dietro quello che sta accadendo c’è una forza di grande spessore che è l’economia europea, senza la quale la situazione sarebbe certamente peggiore. Sono fiducioso che il nostro Paese possa avere la capacità di rimbalzare soprattutto nelle dimensioni più innovative: si parla di green economy e noi siamo molto più avanti di quanto si dice. C’è però un punto importantissimo.

Quale?

Dopo vent’anni di politiche sbagliate, questa è l’ultima chiamata. Le risorse messe in campo dall’Europa per l’Europa e, una parte importantissima, per l’Italia sono enormi, con richieste legittime anche da parte di chi è solidale con l’Italia a livello europeo. L’Italia è diventato un tasto dolente anche per l’Europa, perché siamo un paese troppo grande per fallire. Too big to fail, si diceva una volta. Ma se ci cacciamo nei guai con le nostre mani, non ci saranno esami di riparazione a settembre.

(Emanuela Giacca)

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