AUTOMOTIVE/ Longo (Audi Italia): transizione e sostenibilità, ecco come cambieremo

- int. Fabrizio Longo

L’industria dell’auto ha davanti a sé sfide importanti. Audi sembra aver già ben chiara la direzione giusta da prendere per vincerle

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Fabrizio Longo, Direttore di Audi Italia

Le tesi sono due e, a ben guardare, potrebbero essere vere entrambe. La prima dice che l’industria automotive è rimasta spiazzata dalla crisi dei microchip perché non ha capito che la pandemia avrebbe portato a un maggior consumo di prodotti di elettronica. L’altra racconta che tutti i colossi del settore, chi più chi meno, stanno sfruttando una carenza di materiali per riorganizzarsi con l’obiettivo di aumentare i margini e affrontare cambiamenti epocali che rischiano di travolgerli.

Il tempo degli sconti, delle chilometri zero, delle centinaia di auto vendute a fine mese solo per poter dichiarare di essere un marchio leader sembra che sia sul viale del tramonto. Audi si è distinta negli ultimi lustri in Italia anche per la capacità di mantenere una leadership investendo sulla serietà delle azioni commerciali. Attitudine che si è concretizzata nel mantenimento di un valore residuo tra i più alti del mercato. E in termini industriali da tempo rappresenta un riferimento nel settore in termini di conversione sostenibile.  

Finisce dunque l’epoca delle vanità e inizia quella della concretezza?

Oggi il successo reale è difficile da decodificare – spiega Fabrizio Longo, direttore di Audi Italia -. Andrebbe ricercato nella costanza e nella serietà con cui gli obiettivi vengono raggiunti. Le dichiarazioni di intenti non si negano a nessuno, ma vengono poi misurate. Siamo di fronte a una linea di confine e se riusciremo ad attraversarla dipenderà dalla concretezza con la quale verranno messe a terra le dichiarazioni di intenti. Lo dico in maniera diversa: credo che in futuro il cliente misurerà la differenza tra ciò che è stato detto e ciò che è stato fatto per decidere se associare la propria immagine a un brand. Visto quanto il livello di sensibilità culturale sulla sostenibilità sta crescendo, il tema della coerenza diviene imperativo.

E Audi che cosa fa?

Ci sono decine di miliardi posti sull’altare di una trasformazione industriale senza precedenti, 18 li investiremo entro i prossimi soli quattro anni. Una somma che si aggiunge a quanto capitalizzato fino a oggi in termini di sviluppo di piattaforme elettriche e riduzione della carbon footprint produttiva. Per Audi e per il Gruppo Volkswagen non è più un tentativo di “sentire la temperatura dell’acqua”, ma è una decisione strategica presa in un passato remoto industrialmente e culturalmente parlando.  

In concreto cosa state facendo?

Stiamo ristrutturando completamente le nostre strutture produttive. Entro il 2025, tutti gli stabilimenti Audi saranno carbon neutral. Parlo di impianti che sono nati con logiche di produzione lontanissime dal trend delle energie rinnovabili. Queste ultime le usiamo già in una proporzione che supera il 40% e non esce un modello della gamma elettrica (e-tron, e-tron Sportback, Q4 e-tron, Q4 e-tron Sportback e Audi e-tron GT, ndr) se non da stabilimenti che hanno già raggiunto la certificazione carbon neutral. Limitare il water wasting con impianti di recupero delle acque reflue che in alcuni dei nostri impianti, come quello San José Chiapa in Messico, vale oggi 100% dell’eliminazione acque reflue. Potrei continuare…

Lo faccia.

Utilizziamo il ciclo chiuso dell’alluminio. La lavorazione degli scarti viene restituita al fornitore, che ce li riconsegna sotto forma di post lavorato che viene poi rimesso nel flusso produttivo. Gran parte dei nostri interni vengono realizzati attraverso il riciclo e riutilizzo del Pet delle bottiglie di plastica. Per un ciclo produttivo è uno shock. Un cambio epocale che richiede uno lavoro senza precedenti e che evidenzia come il rapporto di Audi con la sostenibilità non è un tentativo modaiolo per gestire una dichiarazione del board e fare una brillante intervista. Stiamo mettendo in pista un nuovo alfabeto industriale. 

Poi ci sono le auto…

Dal 2026 non lanceremo più modelli che non siano elettrici. Stiamo parlando di cinque anni, dopodomani. Poi dal 2033 cominceremo la graduale dismissione dei motori a combustione. Sottolineo graduale due volte, perché queste scelte non le prende l’azienda con un comunicato, ma sono il frutto di un processo di transizione dove sono i mercati a definire i tempi reali.

Una rivoluzione che sta mettendo in crisi molti fornitori.

Per la filiera automotive è sicuramente una sfida, ma ci sono anche delle belle notizie.

Cominciamo dalle notizie.

La transizione verso l’elettrico sta allargando lo spazio dei fornitori e, soprattutto, l’osmosi tra l’automotive e settori che fino a poco fa non c’entravano nulla con l’auto. Si sta espandendo la filiera. Soltanto due numeri: fino a dieci anni fa i fornitori lavoravano per il 90% sul powertrain e la filiera era canalizzata su quelli che erano gli aspetti core dell’auto, sostanzialmente metallurgia e meccatronica. Oggi questo dato è già vicino al 75%. Lo spazio è stato riempito da fornitori che oggi lavorano sull’elettrificazione e sull’intelligenza artificiale, sulle applicazioni che derivano dal biomedicale, dalla cibernetica o dalla tecnologia militare per tutto ciò riguarda, ad esempio, la tecnologia predittiva.

Per questo l’automotive sta facendo shopping di start up e firmando partnership?

Lo fa perché su molti settori non ha know how “nativo”. C’è una galassia di aziende, molte delle quali sono start up, che stanno lavorando a una velocità e con un’inventiva che non appartiene alla logica industriale tradizionale. Penso, ad esempio, a un’azienda islandese con cui collaboriamo per generare crediti verdi utili all’abbassamento della CO2 media delle auto vendute: catturano l’anidride carbonica nell’aria, la mineralizzano e la stoccano sottoterra. Ma ce ne sono anche altre molto interessanti che affrontano il tema del riciclo. Già ripristiniamo le batterie giunte a fine vita per nuovi usi e siamo in grado di riciclarle quando non più utilizzabili.

Arriviamo alla sfida che dovrà affrontare la filiera.

Il fornitore non può pensare di non essere a immagine e somiglianza dell’azienda con la quale lavora. Se un’azienda ha dei codici interni di rispetto di determinati standard, comportamentali prima ancora che industriali, non può non richiederli o ricercarli in quei partner che l’accompagnano. La discriminante non è più soltanto tecnologica, cioè la capacità tecnica di saper fare certe cose, ma il modo in cui viene fatto è altrettanto importante. Il prodotto deve essere di qualità e sostenibile per definizione, ma interessa che siano sostenibili anche tutti gli aspetti di produzione. L’adesione dei fornitori a dei principi di carattere etico è una discriminante per proseguire il lavoro insieme.

Non sarà facile.

La compliance si deve intendere come valore e non come un elemento burocratico o di mero controllo. Per un fornitore il fatto di poter essere vicini al così detto “champion”, una grande azienda di riferimento, è il modo di rivoluzionare culturalmente la propria azienda, un acceleratore formidabile che “in tempi di pace” probabilmente non ci sarebbe stato.

Ha parlato di tempi di pace. Ma siamo in guerra?

Siamo di fronte a una trasformazione industriale che per alcuni sarà estremamente complessa da gestire. Il costo della transizione è un fatto.

Non è troppo pessimista?

È una rivoluzione industriale profonda, specie se guardiamo a quello che sta accadendo sul fronte della digitalizzazione in senso esteso, che sfocerà, inevitabilmente, nel bisogno di riqualificazione o di formazione ex novo, e che dobbiamo in qualche modo governare. Credo che questo rinnovamento sia meno difficile rispetto a quanto non potesse esserlo nelle rivoluzioni industriali che ci hanno preceduto. Stiamo riqualificando migliaia di lavoratori che non saranno più impiegati nelle linee di assemblaggio delle vetture (i veicoli elettrici non hanno la stessa complessità di quelli con motore termico, ndr) e dopo un periodo di riqualificazione saranno impiegati nel settore delle batterie dove la manodopera specializzata è assente. Sarebbe ingenuo pensare che una transizione del genere passeranno in maniera neutrale sul tessuto industriale mondiale ed europeo, ma è anche vero che ci sono possibilità, se ben condotte, di fare una migrazione ad alto valore aggiunto che possa portare a relazioni industriali più mature.

(Franco Oppedisano)





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