AUTONOMIA DIFFERENZIATA/ La partita riaperta (nonostante la crisi) dal Veneto

- Giancarlo Pola

Il tema dell’autonomia differenziata è passato in secondo piano con l’arrivo dell’emergenza coronavirus. Ma la partita Stato-Regioni è ancora aperta

sondaggi politici
Luca Zaia, governatore del Veneto (LaPresse)
Pubblicità

Va detto subito che gli scenari macroeconomici descritti nel Documento di economia e finanza 2020, e di cui le Regioni hanno preso atto nella Conferenza del 7 maggio, non costituiscono una premessa confortante per ragionamenti di autonomia differenziata, la quale non potrà non incidere – comunque la si guardi – sulle dotazioni di risorse dei due livelli di governo. Queste pessimistiche considerazioni sono ancor più giustificate se le stime della Commissione europea sul calo del Pil italiano nel 2020 (- 9,5%) dovessero rivelarsi più attendibili di quelle recepite dal Governo italiano nel Def di cui si parla. Sfortuna vuole, poi, che le Regioni e le Province autonome siano l’unico comparto della Pa che, oltre a dover rispettare gli equilibri di bilancio previsti per tutti gli enti territoriali, contribuiscono agli obiettivi di finanza pubblica con avanzi (le Regioni a Statuto ordinario, Rso) o accantonamenti (le Regioni a Statuto speciale, Rss). Occorrerà quindi vedere se, in assenza di adeguate misure di compensazione, le Regioni (tutte) e le Pa sceglieranno di ridurre la spesa corrente, inclusa quella per i Lep, ovvero di ignorare le norme sugli equilibri di bilancio e attivare le loro (deboli) leve fiscali, non rispettando dunque gli impegni presi.

Pubblicità

Sussistono quindi tutte le ragioni per ritenere che nei prossimi mesi di questo diabolico anno 2020 quantomeno le Rso (e, tra queste, soprattutto le tre leader nella richiesta di differenziazione: Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna) si troveranno a scegliere se dedicarsi al “presente”, ovvero a come ottenere una congrua quota dei miliardi (55? 80?) di manovra complessiva oggi in atto, oppure al “futuro”, cioè a quella autonomia differenziata la cui richiesta il Covid-19 ha inaspettatamente fatto passare in secondo piano. A questo riguardo viene da pensare persino che, nelle more del recupero della necessaria solidità finanziaria dei due livelli di governo, quello regionale abbia perduto un po’ della sua forza politica e contrattuale e quindi sia costretto a cedere terreno al potere centrale.

Pubblicità

Pur se siamo di fronte al suddetto indebolimento economico-fiscale dei due protagonisti (vedi rinuncia a mesi di gettito Irap annunciata dal Governo in questi giorni) conseguente alla pandemia, i protagonisti iniziali della richiesta (soprattutto il Veneto) fanno sapere che il cammino verso l’autonomia differenziata non dovrà arretrare. Un problema da mettere in conto sarà la definizione dei fabbisogni finanziari per le funzioni autonome, per le quali non vige l’obbligo, per le Regioni, di assicurare il finanziamento integrale di livelli essenziali di servizio (i cosiddetti Lep) , ma solo quello di finanziarli in base alla propria capacità fiscale: ciò dovrà portare a ridurre, senza annullare, la differenza di risorse fiscali pro capite di ogni regione rispetto alla media nazionale. Viene cioè chiamata in causa quella solidarietà tra territori che sta alla base della perequazione, presente in tutte le salse nella finanza territoriale italiana.

La capacità fiscale chiamata in causa per le funzioni autonome consiste fondamentalmente nella attribuzione alle Regioni di una maggiore aliquota Irpef rispetto a quella attuale (1,23%), ovviamente a scapito dell’aliquota statale, in modo da mantenere inalterato il prelievo fiscale complessivo a carico del contribuente. Ad esempio, nel caso del trasporto pubblico locale (Tpl), è stato calcolato che la sostituzione dei 4,87 miliardi di trasferimenti statali soppressi ex art. 7 del dl 68/2011 può venire compensata da un’aliquota Irpef “di equilibrio” nazionale dello 0,74%, che però – ove dovesse provvedervi da sola – raddoppierebbe nel caso della Calabria (con trasporti più costosi della media nazionale, ma base imponibile più modesta, l’opposto delle Marche) e si contrarrebbe a poco più dello 0,50% nel caso di Lombardia ed Emilia Romagna. Ai calabresi verrebbe in soccorso una somma perequativa di circa 70 milioni (perequazione al 90%) o 78 milioni (perequazione al 100%) , somme in entrambi i casi di poco inferiori a quelle riversate nel fondo perequativo dall’Emilia Romagna.

In realtà, per ora si parla del 75%, non del 90% o del 100% della differenza rispetto alla media nazionale, ma le sorprese sono sempre possibili, fermo restando il principio che i trasferimenti perequativi non devono alterare la graduatoria delle risorse regionali esistente prima della perequazione.

Se sicuramente sta avendo un impatto negativo sulle finanze (centrali e decentrate), la pandemia non ha intaccato la giustificazione delle richieste di autonomia differenziata portata avanti dalle tre Regioni leader: basterebbe riflettere sull’efficienza ed efficacia delle politiche sanitarie adottate in questa fase dalla Regione Veneto per concordare sull’assunto. L’idea che possa essere più rispondente all’interesse collettivo lasciare alle Amministrazioni regionali che abbiano dato prova di saper bene amministrare la libertà di gestire e scegliere le soluzioni più rispondenti alle necessità della propria comunità di riferimento non è affatto peregrina.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità