AUTOSTRADE/ I nodi della finta soluzione ora vengono al pettine

- Paolo Annoni

Il fondo TCI ha scritto al Governo per protestare contro l’accordo relativo al futuro di Aspi. E non sembra avere tutti i torti

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LaPresse

Si è appreso ieri che uno dei principali azionisti di Atlantia, il fondo TCI, ha scritto al Governo per protestare contro l’accordo tra Autostrade per l’Italia (Aspi) e l’esecutivo firmato settimana scorsa. Secondo il fondo e il suo gestore, l’accordo è contrario ai principi costituzionali e alle norme europee e si configura come una vendita forzata. Il nodo ovviamente è la questione del prezzo che secondo il fondo dovrebbe essere determinato da un esperto indipendente oppure dal mercato con lo scorporo di Aspi e la sua quotazione.

Il comunicato stampa con cui la presidenza del Consiglio chiudeva la partita non può essere una conclusione. Questo per due ragioni fondamentali: la prima è che nessuno sa come sia la nuova “concessione”, le nuove tariffe, i nuovi investimenti e i loro rendimenti. Siccome nessuno lo sa, nessuno può calcolare quanto valga la nuova società. La seconda è che nessuno sa l’importo dell’aumento di capitale con cui Cdp, in un accordo fuori mercato, prenderà il 33% di Aspi. Mancando queste due informazioni è impossibile, tra l’altro, calcolare quale sia il danno subito da Atlantia come conseguenza del crollo del ponte Morandi.

C’è una seconda questione che potrebbe suscitare le proteste del mercato. Se la nuova Aspi, con le nuove tariffe, non fosse alla fine particolarmente sacrificata, qualcuno si potrebbe lamentare di non aver potuto in qualche modo rientrare nella partita e di non essere tra gli investitori “graditi” al Governo. In questi giorni si parlava, per esempio, di rendimenti sugli investimenti al 7% e di cali delle tariffe minimi.

Il metodo scelto dal Governo italiano apre delle enormi incertezze e un’asimmetria informativa colossale. La revoca per “giusta causa” sarebbe stata una soluzione più pulita. La società si sarebbe opposta nelle sedi opportune, un tribunale avrebbe alla fine deciso sulla legittimità della decisione ed eventualmente sul giusto importo dell’indennizzo.

Oggi nessuno può veramente giudicare quanto accaduto e infatti ieri si apprendeva che l’accordo tra Governo e società slitterà proprio perché non c’è accordo sul prezzo. Un prezzo, tra l’altro, impossibile da stabilire prima che sia scritta la nuova concessione.

Immaginate poi quali rischi si possano generare in questa situazione. Lunedì mattina il primo ministro italiano, intervistato sul Fatto Quotidiano, faceva chiaramente intendere che la revoca fosse l’unica soluzione rimasta al Governo. Il primo ministro dichiarava che “sarebbe paradossale se lo Stato entrasse in società con i Benetton” e, a proposito della revoca, rispondeva: “Non mi faccia anticipare la proposta che porterò in Consiglio dei ministri. Dico solo che, allo stato dei fatti, intravedo una sola decisione, imposta proprio da Autostrade”.

Il giorno successivo si apprendeva che lo Stato italiano, tramite Cdp, sarebbe rimasto socio di Sintonia, “i Benetton”, e che non c’era nessuna revoca. Immaginate lo sconcerto di un investitore internazionale o di un risparmiatore italiano che ha venduto i titoli lunedì, inevitabilmente, e che poi li ha visti in rialzo di quasi il 30% con un accordo raggiunto alle 5:30 della mattina il giorno dopo. Immaginate anche quali spazi si sono aperti per i fortunatissimi conoscitori dello stato delle trattative. Per non parlare del resto. E ancora oggi quali spazi rimangono aperti in una fase in cui è inevitabile che chi è seduto al tavolo sappia immensamente di più di chi non lo è e legge i giornali. Le dimensioni sono quelle evidenziate nei movimenti azionari dei giorni scorsi.

L’unica cosa certa che sappiamo è che i “Benetton” usciranno, più o meno, da Aspi e da una rete che forse oggi ha bisogno di una montagna di nuovi investimenti avendo incassato dall’inizio della concessione dividendi “favolosi”; se prendiamo per buone le cifre dei giornali con una buona uscita vicina ai sei miliardi di euro, tra cessioni e titoli rimasti, rimanendo soci dello Stato. Sempre ammesso che i numeri alla fine non si rivelino diversi.

Perché le trattative si allungano e non c’è accordo sul prezzo? Perché TCI si “lamenta”? Perché chiudere una partita così senza uno straccio di comunicato ufficiale della società e un mezzo comunicato della presidenza del Consiglio, senza un numero vero, apre enormi questioni di trasparenza in cui può succedere veramente di tutto.

Gli investitori lo sanno benissimo, gli altri si accontentano dei proclami dei ministri e dei titoli melodrammatici dei giornali che hanno dato per chiusa una vicenda che evidentemente non lo è affatto. Almeno per chi guarda i numeri. Tralasciamo le interviste e i comunicati stampa inesistenti con cui si è “chiusa la vicenda”; neanche in Venezuela.

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