BAMBINI SFRUTTATI/ Di Montigny: vederli tra i rifiuti in Kenia mi ha cambiato la vita

- int. Oscar di Montigny

Un grande gruppo bancario dedica impegno, risorse e uomini per il sostegno dei bambini africani disagiati

slum nairobi
Slum di Nairobi

Una discarica immane, grande come un quartiere di Milano, un buco senza fine a cielo aperto. Dentro, come piccoli insetti, migliaia di persone, soprattutto bambini, che si occupano, manualmente, di fare la raccolta differenziata. Un girone dell’inferno. Bambini che portano a casa 40 centesimi al giorno, un adulto ne guadagna 90. Cifre irrisorie, che garantiscono a malapena la sopravvivenza quotidiana. Uno di questi bambini si ferma e con i suoi grandi occhi chiede con fermezza una cosa sola: “Voglio andare a scuola”. Siamo in Kenya, ce lo racconta Oscar di Montigny, direttore Innovation Sustainability & Value Strategy di Banca Mediolanum, appena tornato da un viaggio nel paese africano insieme al presidente esecutivo di Fondazione Mediolanum Onlus Sara Doris e a un gruppo di missionari. Sono andati a conoscere da vicino le realtà realizzate insieme da Amani e Alice for Children. Hanno visitato le famiglie delle baraccopoli sostenute da queste associazioni, come la Casa di Anita dove vengono accolte bambine senza famiglie o la Paolo’s Home, centro diurno di fisioterapia per bambini disabili. Da anni Fondazione Mediolanum sostiene i progetti in Kenya di Amani e Alice for Children per aiutare i bambini di strada: abbandonati, esposti a violenza, abusi e ogni tipo di discriminazione. Ne abbiamo parlato con lui.

Come ha cominciato a interessarsi di queste realtà del cosiddetto Terzo mondo, lei che aveva una carriera di alto livello in banca?

Non è un interesse, è stata una serie di fattori. Da oltre vent’anni prima io poi mia figlia ci siamo dedicati ad attività sensibili all’infanzia disagiata, sostenendo iniziative di amici che si erano recati sul posto, occupandoci di volontariato e adozioni a distanza. Quando poi in banca dove lavorava anche mia moglie si è deciso di istituire un ente, una onlus, abbiamo impegnato anche la nostra vita professionale. Quello che era un impegno singolo, a livello familiare, è diventato un grosso gruppo. È nata così la Fondazione Mediolanum che ha come obbiettivo particolare l’attenzione all’infanzia disagiata.

Lei parla di una sfida culturale all’interno delle nostre aziende, di un tempo dove la tecnologia e le relazioni umane portano con sé i geni di una dirompente innovazione, che rimetteranno l’uomo al centro. Purtroppo la tecnologia, Internet in particolare, sembrano sviluppare invece una solitudine, rapporti virtuali, un aspetto divisorio sempre più individualista. Che ne pensa?

Siamo in mezzo a una battaglia, l’unica interessante da combattere. La chiamerei sfida, la centralità dell’individuo è effettivamente percepita in modo banalizzante. Si tratta di umanizzare la nostra provenienza che caratterizza la specie umana, dobbiamo onorare queste capacità di specie, non certo di razza. Una idea di collettività che deve andare oltre la dimensione sessantottina, si tratta di un nuovo umanesimo, una visione francescana della vita.

In occidente speso e volentieri ci diciamo che abbiamo problemi nostri da risolvere, prima di pensare agli altri, i migranti, i poveri in Africa. Come superare questo individualismo?

Si tratta di assunzione di responsabilità. Come uomini possiamo fare un atto di responsabilità, questa è la sfida, la battaglia. Andando di persona in paesi come il Kenya scopri una condizione che se non la vivi in modo immersivo è solo teoria. Siamo andati, abbiamo vissuto lo sporco che ti sporca, l’aria impura che entra nei polmoni, gli sguardi che ti toccano. Unisci questi puntini e capisci che una bottiglietta d’acqua all’aeroporto costa 4 euro e 50 mentre lì un bambino con i rapaci che gli volano sulla testa fatica per 40 centesimi al giorno. Allora quando vedi gente che si imbarca su un gommone e bussa alle porte di casa, se non capisci la genesi che li ha portati a fare questo, non sai rispondere.

Lei è rimasto colpito dalla parola “Ubuntu” che in lingua bantu significa il nesso che connette le vite di tutte le persone, significa “sono perché noi siamo”. È ben diverso dall’individualismo sfrenato dell’occidente.

“Sono ciò che noi tutti siamo”. Ho riportato a casa un senso della vita che va oltre ogni mia immaginazione. Il contrasto tra l’intensità di come si vive là e la condizione nella quale viviamo qua mi fa giungere al concetto di dignità. È un popolo la cui origine tribale permane nell’essenza, ho sentito accoglienza, tantissimi sorrisi, ho sentito cantare canzoni che citano “non mollare mai”, “va tutto bene”. In realtà non va bene niente, ma loro vivono con questa dignità.

Un episodio che l’ha colpita più di ogni altro?

Siamo andati nella discarica, la più grande a cielo aperto nel mondo, grande più di una quartiere di Milano, fatto di colline di immondizia alte venti metri scavate da gru. Immagini un quartiere fatto di tanti Monte Stella con le strade, uccelli alti un metro e sessanta con aperture alari di tre metri come avvoltoi grossi come una ruspa, un autentico girone dell’inferno dove ci lavorano oltre 5mila persone. Abbiamo incrociato un bambino di 9 anni con un saccone per la differenziata, che guadagna 40 centesimi al giorno, in condizioni fisiche precarie. Quando ci ha visti era un po’ spaventato, ma si è fermato e ci ha chiesto di andare a scuola.

Un desiderio di sfuggire alla realtà dello sfruttamento?

Alice for Children insieme con Amani for Africa incontrano i bambini per strada, chiedono loro se hanno voglia di studiare. Questi bambini sono fonte di reddito per le famiglie, privare del bambino vuol dire privare la famiglia di una fonte. Allora si va a parlare, discutere con i genitori insieme agli assistenti sociali locali, per convincerli che sarà garantito al bambino il pasto giornaliero in mondo da non pesare più su di loro e permettergli di studiare. Quando un bambino che vive immerso nello sporco di una discarica ti chiede di studiare, non puoi far finta di niente, ti devi attivare.

Un lavoro immane…

Teniamo conto che il Kenya ha circa 49 milioni di abitanti poverissimi, eppure ospita 500mila profughi del Sudan, della Somalia, dell’Eritrea. Un impegno enorme, quando noi facciamo fatica a gestire un barcone di migranti, ne parliamo per mesi quando alla fine riceviamo sì e no un migliaio di migranti all’anno. Ci manca completamente la misura della realtà, di quello che succede nel mondo.

(Paolo Vites)

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