BANCHE/ Il “buco nero” italiano che fa scattare l’allarme sugli Npl

- Maurizio Delfino

Gli Npl stanno tornando a essere un problema in prospettiva per il sistema bancario italiano. Forse non per colpa delle regole europee

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Alberto Nagel (Lapresse)

Bomba NPLs, EBA, Calendar Provisioning. Un qualunque comune lettore avesse intravisto questi titoli, nella stampa on line e in parte cartacea di questi giorni, si sarà impressionato pensando a un qualche nuovo allarme sanitario. Calendar fra l’altro è un termine così poco usato nell’inglese vero (che preferisce dire schedule, o timetable per dire di cambiamenti scadenzati nel tempo). E persino Alberto Nagel, esponente di punta del mondo bancario, ha un cognome che fa pensare più a quello di un luminare mondiale della medicina che al grande manager italiano che ha lanciato il tema di squisita rilevanza economica. Economica, non solo bancaria.

Gli NPLs infatti sono i prestiti che i clienti delle banche non riescono a restituire per una difficoltà considerata di livello critico (nel linguaggio bancario italiano si chiamano sofferenze). Quando queste somme considerate in totale diventano grandi e consistenti il problema non è più solo delle banche, ma dell’intera economia che alla banca si appoggia. Se infatti tante banche hanno tanti crediti che non vengono rimborsati, si riduce la disponibilità complessiva residua a prestare nuove risorse o a mantenere gli affidamenti già concessi. Il rimborso dei prestiti che stanno andando a finire male risente (nel bilancio della banca) del tempo che si prevede necessario per recuperarli e della perdita che si ritiene verosimile di realizzare. L’EBA, che è l’autorità di vigilanza bancaria europea, che ha per scopo l’integrità del mercato, la trasparenza, il presidio dei rischi, l’efficienza, la concorrenza, la protezione dei consumatori, in un programma articolato di riforme ha dettato i nuovi criteri che, in modo uniforme e automatico per i paesi dell’Unione, prevedono l’abbattimento del valore di quei crediti dopo un certo periodo a seconda della “qualità” e delle garanzie dei crediti stessi. Tre anni per i peggiori. Abbattimento del valore vuol dire che la banca deve accantonare a perdita quel credito, il che è una batosta per il bilancio con cui affrontare l’attività ordinaria e i progetti di sviluppo.

Nagel, preso atto delle prospettive drammatiche per l’economia, aggravate dal Covid, sventolando i rischi in termini di miliardi da accantonare (se è vero che si torna verso livelli altissimi di sofferenze, le stesse che hanno fatto saltare in aria alcune banche italiane), ha proposto una moratoria delle nuove regole. Interprete di un malumore non solo suo e non solo italiano. Il responso è arrivato a stretto giro da Ignazio Visco che ha sostanzialmente escluso che si possa arrestare o rinviare il calendar. E ha aggiunto che piuttosto vanno accelerati i piani di fusione, aggregazione e i consolidamenti patrimoniali. Italiani ed europei.

La vicenda non si può analizzare in termini di torto o ragione di Nagel. È ovvio che ci saranno problemi, anche per il sistema bancario che – nel complesso, in Italia ed Europa – dovrà accelerare tutti i suoi processi di consolidamento. L’approccio corretto prevede che si ricordi che queste nuove norme si conoscono grosso modo dal 2017-2018. Il rilascio delle linee guida è del marzo 2017, nel 2018 è arrivato l’imprinting della Commissione. Non è una novità improvvisa e intempestiva. Si deve anche ricordare che le “riforme” dell’EBA sono tante, sono state accompagnate da un’analisi dei dati raccolti presso le principali banche europee nel 2019, da una consultazione pubblica sui risultati e sulle linee guida in lavorazione. Riguardano ampie sezioni di attività che sono anche l’erogazione, il monitoraggio, la gestione dei dati, i modelli di governance, il pricing, Un intervento complesso, che ha previsto e prevede fasi intermedie, verifiche, una certa attenzione all’impatto ambientale e che mostra una buona qualità e chiarezza degli obbiettivi. Per il bene della comunità economica, per l’efficienza e la solidità delle relazioni economiche e finanziarie.

Perciò il punto relativo alla tempistica con cui il sistema bancario europeo dovrà trattare la svalutazione dei NPLs, letto nel contesto di questo processo e con le specifiche motivazioni che lo riguardano, appare coerente con un disegno ambizioso, di respiro e di periodo. Oggi è vero che ha impattato un evento epocale, ma da questo evento si potrebbero ricavare persino le ragioni per rafforzare quel disegno e quelle scelte.

Il problema è sempre il solito. Che quando caliamo sul Paese questa situazione, ci imbattiamo nel buco nero delle cose di cui non si parla nemmeno più. In questo caso la giustizia, i tempi della giustizia e tutta la burocrazia che la circonda e l’accompagna. Procedure fallimentari costosissime, che durano anche 7-8 anni e tutto il resto, noto e stranoto.

La soluzione, rispetto all’allarme di Nagel di per sé sarebbe ancora possibile. Certo, si doveva iniziare nel 2018. Riformare radicalmente i codici, disegnare un sistema giuridico e processuale radicalmente nuovo, cioè normale. Articolare un programma eccezionale, biennale o triennale, per abbattere tutto il contenzioso pregresso. Se i miliardi di nuove sofferenze incontrassero un sistema in cui occorrono tre anni per definire la conclusione di un recupero crediti, come anche per decidere il secondo grado di un contenzioso banca-cliente, quella attuale sarebbe una normale prospettiva di crisi da gestire. Senza allarmi bomba atomica, come ha detto Nagel.

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