BANCHE/ La vera sfida aperta dall’offerta di Intesa su Ubi

- Mauro Rufini

L’Offerta pubblica di scambio annunciata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca riaccende i riflettori sullo stato del sistema del credito italiano

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Il 17 febbraio scorso, Intesa Sanpaolo ha annunciato un’Ops (Offerta pubblica di scambio) volontaria sulla totalità delle azioni di Ubi Banca. Un’offerta di scambio da 4,8 miliardi, per un utile netto di oltre 6 miliardi nel 2022, e duemila dipendenti in meno, un’operazione che avvierebbe il consolidamento del primo gruppo bancario italiano, creando un vero colosso europeo. Una svolta nei rapporti che hanno retto il sistema bancario degli ultimi anni. Un’operazione di rilievo strategico per le dimensioni: la prima banca del Paese insieme alla quarta che arriverebbero insieme al 25% dell’intero sistema bancario e un’azione non dettata da contingenti necessità come accaduto con le popolari venete.

Che l’operazione vada in porto o meno – occorre passare il vaglio dei due azionariati e delle Autorità di vigilanza – si è comunque riaperto il tema mai sopito delle fusioni bancarie, il ruolo e il posizionamento del sistema bancario italiano, il suo stato di salute. L’invito alle aggregazioni della Bde è la sfida ancora aperta, non solo per via delle troppe banche in assoluto, ma soprattutto perché siano solide e ben gestite.

L’offerta prevede che per ogni 10 azioni di Ubi portate in adesione vengano date 17 azioni ordinarie di Intesa Sanpaolo di nuova emissione. La struttura dell’operazione valorizza le azioni della banca bergamasca 4,25 euro con un premio di oltre il 25% sulla chiusura del giorno antecedente l’annuncio, e per realizzarla Intesa chiederà ai suoi azionisti nell’assemblea del prossimo 27 aprile il via libera a un aumento di capitale a servizio dell’offerta.

Con l’integrazione di Intesa Sanpaolo e Ubi il totale degli impieghi della nuova realtà sarà di circa 460 miliardi di euro, il risparmio affidato alla nuova banca sarà di oltre il valore di 1,1 trilioni di euro, i ricavi pari a 21 miliardi.

Se ci sarà un’adesione totale, gli attuali azionisti di Ubi Banca potranno avere sino al 10% della società nata dalla fusione, che presenta alcune condizioni. L’offerta, né ostile né concordata, ha colto di sorpresa lo stesso AD di Ubi Victor Massiah, che l’avrebbe saputo solo all’ultimo momento, ed è stata annunciata subito dopo la presentazione del piano industriale di Ubi che andava nella direzione di una crescita stand alone della banca, con un’accoglienza positiva da parte del mercato che ne aveva già fatto apprezzare il titolo.

L’operazione si presenta tecnicamente ben fatta e articolata. Per evitare profili antitrust in tema di concentrazione del mercato, Intesa Sanpaolo ha coinvolto nell’operazione Bper e Unipol: se la fusione andasse in porto, l’istituto modenese comprerebbe circa 500 filiali e 1,2 milioni di clienti nel Nord Italia; UnipolSai, invece, le polizze e le attività della banca assicurazione di Ubi che la nuova realtà dovrà alienare.

Sempre che tutto vada per il verso giusto. L’azionariato di Ubi presenta tre patti di sindacato che mettono insieme circa il 30% del capitale, il 60% è in mano a investitori istituzionali e il 10% circa a piccoli investitori. A oggi due dei patti di sindacato (il Car con il 17,8% e il Patto dei Mille con il 1,6%) si sono espressi negativamente bocciando l’offerta che sarà considerata valida se raggiungerà una adesione di almeno il 50% degli azionisti totali di Ubi. In attesa di vedere cosa faranno i grandi fondi e i piccoli azionisti che in tempi di magra vedrebbero comunque un bel incremento del proprio investimento, l’Ops è giudicata positiva dalle agenzie di rating in vista di un possibile rialzo legato all’ ingresso di Ubi in un gruppo più forte.

I prossimi passi ci diranno se riuscirà a nascere questa nuova realtà da due banche domestiche sostanzialmente uguali, seppur su scale diverse di modelli di business, clientela e aree geografiche ed economiche. Con molti problemi da gestire: i riflessi e le ricadute sul personale con la preoccupazione e l’attenzione delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e ora, non secondaria, la sfida di un tessuto economico messo a dura prova dall’emergenza sanitaria del coronavirus, che non si sa quanto durerà, con il calo del Pil e le grandi difficoltà delle imprese. Non basterà efficientare e fare profitti, occorrerà più che mai riuscire e riscoprire la passione e un modo di fare banca al servizio delle imprese e dell’economia reale.

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