BANCHE/ Intesa, Unicredit, Mps: semestrali brillanti mentre l’economia reale frena

- Mauro Rufini

Le principali banche italiane hanno registrato ottimi risultati semestrali, ma all’orizzonte ci sono nubi che destano qualche preoccupazione

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Torniamo a parlare di banche in questa calda e torrida estate. Fermi sul fronte delle aggregazioni, lo facciamo con un focus sui conti delle semestrali delle principali banche italiane, a partire da Intesa e UniCredit, sino a Bper, Credit Agricole che vanta come sappiamo una presenza significativa in Italia, Banco Bpm e Banca Mps che ha registrato in queste ultime settimane alcuni passaggi e tappe significative su cui si regge il suo piano industriale 2022-2026. 

Semestrali in grande spolvero, da incorniciare in particolare per Intesa e UniCredit che sembrano non aver risentito delle tante crisi che hanno dominato le cronache. Una raccolta di profitti, come in diverse società quotate, superando le stime e le aspettative della vigilia. A interpretare e analizzare i dati si ricava la sensazione di due realtà opposte quasi inconciliabili fra loro. Uno scenario, in primo luogo di rallentamento del Pil, un’alta inflazione che legata alla recessione può portare a quella miscela esplosiva che ha il nome di stagflazione, ovvero la condizione dov’è presente un’elevata inflazione e una crescita economica bassa o nulla. Non mancano quindi le nuvole nere all’orizzonte dentro un contesto economico segnato profondamente anche dall’incertezza della situazione politica italiana e quella geopolitica. 

Ma per tornare alle nostre banche ecco alcuni dati. Intesa, da gennaio a giugno, ha realizzato profitti per 2,3 miliardi di euro, tenuto conto di 922 miliardi di rettifiche e accantonamenti per l’esposizione in Russia e Ucraina l’utile sarebbe di 3,2 miliardi (un +8,4% rispetto al 2021). Le erogazioni a medio e lungo termine a favore di famiglie e imprese sono state per i primi sei mesi di 32,4 miliardi. Messina, AD di Intesa, ha confermato il 70% di payout ratio sull’utile di ogni anno del business plan e la remunerazione degli azionisti attraverso operazioni di buyback. Il Cda ha previsto come acconto dividendi cash a valere sui risultati del 2022 un ammontare non inferiore a 1,1 miliardi di euro. Di rilievo anche la decisone di un contributo straordinario sotto forma di bonus di 500 euro ai dipendenti del gruppo.

UniCredit ha chiuso i primi sei mesi con 2,28 miliardi di utili, in crescita del 18,9%. Il risultato netto del secondo trimestre è quasi raddoppiato rispetto alle stime preventivate, tanto che Orcel ha rivendicato questa del 2022 come la migliore semestrale da 10 anni. Il Cet1 ratio (che indica la solidità patrimoniale) di UniCredit segna il 15,73%. Orcel che è arrivato in UniCredit per governare lo sviluppo e la crescita del Gruppo con operazioni straordinarie fin qui mai realizzate (i vari tentativi si sono conclusi con un nulla di fatto) si ritrova ora a fare il banchiere del giorno per giorno avendo dato corso anche all’ennesimo cambiamento interno al perimetro Italia dove ha assunto la responsabilità dell’intero mercato. Un risultato di attività e di aumento di valore per l’azionista certamente positivo, ma deficitario nella politica delle aggregazioni e delle alleanze che va attentamente ripresa e ripensata. UniCredit ha bisogno di qualcosa di più che mettere a posto i conti. L’operazione su Mps o quella pensata del lancio di una Opa su Banco Bpm sono state delle prove d’orchestra opache e poco brillanti per un manager di lungo corso e dalla remunerazione sicuramente sovradimensionata, visto che tra quota fissa e variabile raggiunge sino i 7,5 milioni di euro. 

Orcel da questo punto di vista è comunque in buona compagnia, i compensi di tanti, troppi manager bancari e non solo, sono da molto tempo immoralmente alti e sproporzionati rispetto al contributo che tali capitani d’azienda forniscono al risultato d’impresa. C’è un colpevole silenzio su questo tema che stride fortemente con gli assetti contrattuali e retributivi di tanti lavoratori, un divario sempre più grande e scandaloso, tanto più in un periodo difficile come l’attuale, di alta inflazione che erode i salari e gli stipendi. 

Sul fronte Mps in quest’ultimo periodo, dopo l’autorizzazione della Commissione europea che ha accettato nel luglio scorso la richiesta del Mef di prolungare il termine per la ristrutturazione e l’uscita dello Stato dal capitale della banca, è stato raggiunto un accordo con il sindacato sui 3.500 esuberi e fissata l’assemblea straordinaria per il 15 settembre quando gli azionisti saranno chiamati a dare il via libera all’aumento di capitale di 2,5 miliardi. Uno snodo importante la cui realizzazione è strettamente legata al buon esito dell’aumento di capitale sul quale si regge tutto il piano industriale. La ricapitalizzazione vede allargarsi la base del consorzio di garanzia con quattro nuovi ingressi tra cui Barclays e Santander. 

La banca si è liberata di altri crediti deteriorati per oltre 900 milioni, sebbene siano arrivati quasi 2 miliardi di nuove richieste stragiudiziali, anche se quest’ultime sono ritenute estremamente dubbie dalla banca, tali quasi da non giustificare degli accantonamenti. Profitti comunque in discesa con 27,2 milioni e un differenziale negativo rispetto al 2021 dell’86,5% quando l’utile era stato di 202 milioni. Prosegue però il piano e il percorso avviato dal nuovo AD Luigi Lovaglio per verificare e dimostrare se sarà possibile un nuovo inizio per la più antica banca europea ed essere in grado di camminare sulle proprie gambe. 

Credit Agricole Italia, che con le sue partecipazioni e controllate è già un importante player nazionale, ha registrato nel primo semestre 2022 un utile netto aggregato di 564 milioni (+12% sul 2021). Il Gruppo, che ha in Italia il suo secondo mercato domestico con circa 17mila collaboratori e 5,3 milioni di clienti, oltre all’attività bancaria che da sola registra un utile netto consolidato di 256 milioni (+32%) è presente nel Corporate Investment Bannking, in diverse società di servizi finanziari specializzati, nel leasing, nelle assicurazioni e nel wealth management. 

Bper ha invece chiuso la prima metà dell’anno con un utile netto di 1,38 miliardi di euro, quasi triplicando il risultato di 518 milioni del 2021. I risultati tengono conto dell’acquisizione del controllo di Banca Carige e degli effetti importanti – si legge in una nota della banca – sulla strategia di crescita. 

Anche Banco Bpm chiude il primo semestre 2022 con risultati molto solidi e buoni. Utili per 384 milioni di euro (+8,63% sull’anno precedente) e la spinta a continuare a investire per crescere. Banco Bpm è stata al centro di voci su possibili operazioni, ma come abbiamo visto sembra al momento tutto in stand by. Appena la situazione si chiarirà, visti i buoni risultati delle semestrali non si potrà ignorare dal ricominciare a parlarne. Anche se sembra davvero difficile entro questo 2022 perché preoccupa il futuro prossimo, la strada che porterà a fine anno. 

Un quadro che preoccupa. Gli effetti dell’inflazione e l’aumento dei prezzi delle materie prime ed energetiche. La tenuta delle principali banche è un fattore di fondamentale importanza per la tenuta del nostro Paese. Il comparto creditizio è più forte e solido rispetto a 5 o 10 anni fa e questo è già un elemento di garanzia, ma la navigazione potrebbe risultare per i prossimi mesi non semplice. Replicare i risultati del primo semestre risulta essere una pura fantasia, anche con il viatico del rialzo dei tassi. Sarà ineludibile per tutto il sistema Paese che il Governo che uscirà dalle elezioni di settembre assicuri la stabilità, porti avanti le riforme necessarie e non faccia mancare le risorse con l’attuazione del Pnrr.

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