BANCO BPM/ Il sospetto su JpMorgan che ricorda i ritardi sull’interesse nazionale

- Paolo Annoni

JpMorgan è salita sopra il 5% di Banco Bpm e si è subito pensato a una manovra per favorire Credit Agricole, che in effetti ha pochi ostacoli di fronte a sé

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La sede di Banco Bpm in piazzale Meda a Milano (CC Paolobon)

L’altro ieri si è appreso dalle comunicazioni Consob che JpMorgan detiene una partecipazione del 5,15%, attraverso derivati, in Banco Bpm. La notizia è stata immediatamente letta alla luce del consolidamento del settore bancario italiano perché la banca americana non opera sul mercato retail; è altamente improbabile che la partecipazione acquisita da JpMorgan sia “industriale”. È inevitabile rilevare che la banca americana è advisor di Credit Agricole che all’inizio di aprile ha acquisito, proprio tramite JpMorgan, una partecipazione del 9,2% in Banco Bpm. La domanda quindi è se la partecipazione del 5% sia da mettere in qualche modo in relazione a quella del 9% già comprata da Credit Agricole e che pone la banca francese come azionista di maggioranza relativa del terzo gruppo bancario italiano. 

Se la partecipazione di Credit Agricole salisse oltre il 10% e arrivasse al 15% sarebbe complicato continuare a ritenere la quota azionaria come “investimento finanziario” o alla luce di una partnership assicurativa. Nei fatti Banco Bpm avrebbe un socio industriale forte perché Credit Agricole è già oggi uno dei principali gruppi bancari italiani attivo soprattutto nel nord Italia. 

Il controllo di Banco Bpm aprirebbe la prospettiva di una fusione con Credit Agricole Italia, consentendo al gruppo francese di diventare il terzo gruppo bancario del Paese, distanziando di molto il quarto, con una posizione di leadership nel nord. Il tasso di penetrazione di gruppi europei in settori strategici in Italia non ha sostanzialmente paragoni nel resto d’Europa. Gruppi francesi, in particolare, dalla fine degli anni ’90 hanno acquisito quote di mercato rilevanti in settori strategici o altamente distintivi per l’economia italiana: banche, assicurazioni, energia, manifattura, lusso. 

Il percorso inverso, si pensi al caso emblematico di Fincantieri, è stato nei fatti bloccato dalla “politica” francese. Ogni Paese europeo ha salvaguardato i propri settori strategici nei fatti dimostrando di non fidarsi fino in fondo del progetto comune europeo. In ottica europea, infatti, sarebbe impossibile percepire l’intervento di un Paese membro in un settore strategico come ostile o estraneo agli interessi del proprio sistema. La realtà è che la politica e il sistema Paese tedesco o francese perseguono gli interessi degli abitanti di Parigi o Berlino anche quando questo va a detrimento di quelli di Madrid o Roma. 

Il consolidamento di un terzo polo a guida francese non sarebbe un epilogo inevitabile o una necessità imposta dal destino. La politica italiana ha avuto e avrebbe teoricamente altre opzioni. Pensiamo, per esempio, al tentativo di acquisizione di Banco Bpm di Unicredit bloccato in un contesto di rumour forse pubblicati anzitempo. Un’operazione sul terzo gruppo bancario italiano è impensabile senza un assenso della politica. Ci sarebbero tutti gli strumenti, anche all’interno dell’Unione europea, per impedire un esito che la politica ritenesse indesiderabile. Esattamente come l’intervento di Fincantieri in Francia è stato alla fine bloccato dopo una persistente opposizione. 

La “politica” italiana sinceramente non sembra in grado di bloccare niente, tanto più nell’attuale contesto geopolitico e finanziario. Se c’è un interesse su Banco Bpm chi vuole, armato di pazienza, alla fine porterà a casa il risultato. Anche all’interno di questo scenario rimane uno spazio di manovra per assicurarsi che un’eventuale operazione consideri il più possibile l’interesse dell’economia delle regioni in cui la banca opera. Questo è il massimo che probabilmente si può ottenere. Per la difesa dell’interesse “nazionale” è decisamente troppo tardi. Il treno è partito qualche anno fa. 

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