BEAUTIFUL BOY/ Il film su padre e figlio che esalta la verità dei protagonisti

- Roberto Bernocchi

Felix Van Groeningen torna a dirigere un film in cui racconta una storia familiare. Una pellicola che commuove e colpisce per l’autenticità

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Una scena del film

Nic è beautiful boy. Un ragazzo semplice, intelligente, sorridente. Amato dalla sua famiglia, vive con il padre e la sua seconda moglie, insieme a due fratellini acquisiti. Dopo aver sperimentato le prime droghe, Nic rimane schiavo di metanfetamina ed eroina, piombando nel tunnel della tossicodipendenza. Al suo fianco troverà la sollecita e affettuosa presenza del padre David, che cercherà di guidarlo nella difficile sfida della rinascita. Un  percorso lungo, doloroso, sfidante, che incontrerà infinite cadute e ripartenze, fino alla sua fine.

Due libri che raccontano una storia, vera, di tossicodipendenza. Questo il punto di partenza di questo film che commuove e colpisce per la sua autenticità. I libri sono quelli di David Sheff e di suo figlio Nic. Entrambi hanno pubblicato il racconto della loro storia, secondo il proprio punto di vista. Due vicende drammatiche che si uniscono, nel film, in un unico racconto che parla di amore oltre che di dipendenza.

Felix Van Groeningen, regista e sceneggiatore belga alla sua prima esperienza americana, ci aveva già mostrato il suo grande talento nel racconto di un’altra storia familiare: l’amore difficile di Alabama Monroe, un film da recuperare. Con Beautiful Boy Van Groeningen esalta la verità dei protagonisti, senza eccedere in sentimentalismi, pur lasciando spazio alle inevitabili forti emozioni che accompagnano la visione. 

Nic è un ragazzo normale. Non c’è assenza, solitudine, disagio apparente. Gli Sheff sono una famiglia normale e il rapporto tra padre e figlio è amorevole, sereno, di stima, fiducia e attenzioni reciproche. La droga devasta un territorio apparentemente equilibrato in modo inspiegabile. Un vortice senza uscita che sconvolge la vita di una famiglia che osserva impotente l’autodistruzione di una fragile esistenza e, attorno a essa, di una famiglia intera. 

Chalamet, con il suo viso angelico e adolescenziale, attrae su di sé il senso di protezione dello spettatore che non può che abbracciare, con materna comprensione, le infinite ricadute di una tragedia annunciata. Mentre la mente prefigura la possibile salvezza, l’irrefrenabile istinto di autodistruzione testa i limiti del buonsenso e rade al suolo il futuro di Nic, impotente di fronte a una forza violenta e dominante, che viene dagli oscuri meandri del suo cuore. 

L’interpretazione è straordinaria, credibile, empatica, mai eccessiva. Un talento attoriale, quello di Chalamet, che avevamo già potuto apprezzare nel successo internazionale di Chiamami con il tuo nome. Steve Carell accompagna, con altrettanto mestiere, la sfida del suo giovane uomo, trattenendo lacrime e rabbia, oscurate dallo sconcertante senso di impotenza di un uomo, davanti a errori che non ha commesso. Non c’è colpa, non c’è male. C’è rabbia, disperazione e mistero, un mistero più grande di lui, che sfocia in gesti eroici.

Anche se la storia non è poi così originale, il racconto è intenso e sorprendente, fatto di appunti di vita che si intersecano violentemente tra passato e presente. Un lungo calvario interrotto da piccole gioie, nobili speranze e scelte coraggiose. Nessuna facile morale, nessuna didascalia ma spunti umani di grande valore. 

Se l’adulto farà i conti con l’ansia di uno dei mestieri più difficili del mondo, il giovane vivrà con facile empatia la storia della vita che può cambiare, senza che lo vogliamo, in uno dei tanti incroci pericolosi dell’esistenza.

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