Bernardo Bertolucci: no end travelling/ Sesti: a Cannes riporto la sua idea di cinema

- int. Mario Sesti

Al Festival di Cannes 2019, nella sezione Cannes Classics, l’Italia è presente anche con Mario Sesti, che presenta un documentario su Bernardo Bertolucci

Bertolucci
Bernardo Bertolucci (Lapresse)

Il Festival di Cannes 2019 è alle sue battute finali, con il cinema italiano presente e combattivo. Marco Bellocchio è in corsa per la Palma d’Oro con il suo Il traditore, ma in un’altra sezione molto prestigiosa come Cannes Classics troviamo un ulteriore lavoro nostrano degno di nota: parliamo di Bernardo Bertolucci: no end travelling, il documentario di Mario Sesti sul grande regista italiano morto lo scorso novembre. Un grande omaggio a un autore che non ha eguali, nato in un primo momento come primo episodio della serie Cinecittà – I mestieri del Cinema (realizzata da Sky e Cinecittà, ndr) e trasformatosi come documentario «per preservare e conservare questi momenti, per evitare che si perdessero e per poter essere condivisi con tutti coloro che hanno amato i suoi film», racconta il regista e critico Mario Sesti ai nostri microfoni.

Il Festival di Cannes 2019 per presentare il suo documentario su Bertolacci, l’emozione è tanta…

Naturalmente sono emozionatissimo: io faccio il mestiere del critico, do attenzione agli altri e non sono abituatissimo a riceverne di così importanti. È la seconda volta che sono a Cannes, ho avuto la fortuna di essere selezionato nel 2003 con un film su Fellini (L’ultima sequenza, ndr), la mia attività di regista è un approfondimento della mia attività di critica: i miei film, documentari, sono un modo per prolungare la passione, l’esplorazione, la conoscenza, la capacità di porre all’attenzione degli altri sui film che amo e sugli autori che stimo. Bertolucci ne è un esempio significativo da questo punto di vista.

In Bernardo Bertolucci: no end travelling ci sono molti aneddoti sul Maestro: chi è Bertolucci per lei?

Questo mio film documentario è il più personale: la prima parte è dedicata agli incontri che ho avuto la fortuna di fare con lui a partire dagli anni Ottanta, insieme ad altri attori come Gerard Depardieu. Ho presentato insieme a lui dei libri di Wenders e molto altro. La prima parte racconta fondamentalmente dunque il nostro rapporto personale con le modalità tipiche del critico, che ritiene di aver amato così tanto qualcosa che ha a che fare con il cinema da cercare di condividerlo con il maggior numero di persone possibile. Bertolucci mi ha parlato di tantissime cose e molte di queste sono nel film.

Per esempio?

La prima volta che ci siamo visti lavoravo per L’Espresso e mi disse “quando hai scoperto di non essere immortale?”. Mi raccontò che gli successe da adolescente, per una malattia temporanea, di perdere completamente quasi completamente la vista: era una chiave per capire per certi versi la grandezza inaudita dell’ambizione di quando ha iniziato a fare cinema nel corso della tempesta della Nouvelle Vague. Da questo punto di vista, la grandezza veramente unica è di essere stato probabilmente l’unico autore punto di riferimento per il cinema di ricerca e della Nouvelle Vague e, allo stesso tempo, l’unico autore ad aver espugnato Hollywood come nessun altro autore ha mai fatto. Non è un caso che con un film come Il Conformista all’inizio degli anni Settanta realizzò qualcosa del genere: un film d’autore con delle qualità spettacolari tipici del grandissimo cinema. Se dovessi dire qual è la cosa che rende unico Bertolucci, direi che è la sua capacità di mettere insieme delle cose che nel mondo del cinema non sono state insieme: una forza dirompente di fare sempre qualcosa di nuovo e di diverso con la macchina da presa, conquistando il grande pubblico e il grande spettacolo con romanzi in forma di film.

Gli Oscar, ma anche la Palma d’Oro alla carriera e il Leone d’Oro alla Carriera…

Oltre ad aver apprezzato il film, per Cannes era importante l’omaggio a Bertolucci, la sua storia qui non è una qualsiasi: è andato sia come autore che come presidente di giuria. Il film racconta fondamentalmente del tempo che ho passato con lui a parlare di cinema ma non solo dei suoi film, ma di tutti i film.

A suo avviso potrà esserci mai un suo erede?

Uno dei più grandi critici del dopoguerra diceva che ci sono registi che non si imitano: Bunuel, Kurosawa, Bergman, Fellini… Credo che Bertolucci rientri in questa selezionata ma prestigiosa area di registi inimitabili, anche dal punto di vista tecnico.

(Massimo Balsamo)

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