BILLIE/ Un documentario “mystery” che porta lo spettatore in gabbia

- Emanuele Rauco

Il documentario di James Erskine, presentato fuori concorso al Torino Film Festival, paga lo scotto di alcune scelte fatte dal regista

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Una scena del film

Dietro ogni artista c’è un mistero, che rende la sua arte quella che è: in Billie, documentario di James Erskine presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2020, i misteri e le artiste sono due. Billie Holiday, la più grande cantante jazz di tutti i tempi, e Linda Kuehl, una giornalista che raccolse centinaia di ore di interviste per realizzare una biografia sulla cantante.

Il film parte da quelle interviste, mai ascoltate pubblicamente, e dal lavoro incompiuto di Kuehl (morta per apparente suicidio nel 1978) per ricostruire la vita e la carriera di Holiday, il suo talento, la sua vita dissoluta e impulsiva, la sua personalità imprevedibile e il rapporto complesso con le persone che la circondarono.

Su di questa cornice mystery, che rimanda al true crime televisivo, Erskine compone in meno di 100 minuti una quantità di materiale audio incredibile, in cui musicisti, amici, parenti, collaboratori e conoscenti di Holiday raccontano la loro versione di “Big Lady”, ribaltando continuamente le verità conosciute, confermando o cancellando gli stereotipi sulla donna prima e sull’artista poi; al contempo, entrando sempre più a fondo nella vita della cantante, racconta il lavoro della giornalista, il suo approccio che probabilmente l’ha portata a contatto con il lato oscuro del suo racconto, quel lato oscuro che forse l’ha uccisa.

Il lavoro di Kuehl è un lavoro di grande profondità psicologica e culturale prima che storico-critica, che intreccia la carriera di una stella che le questioni razziali e sessuali che la sua vita portava con sé, il suo rapporto libero con l’amore, la sua bisessualità e la promiscuità anche nel suonare e lavorare con bianchi, cosa che negli anni ’40 e ’50 era un problema per tutti, bianchi e afroamericani: non una vittima, ma una donna complessissima, per qualcuno psicolabile, fragilissima e in balia delle pulsioni, ma anche fiera di quelle pulsioni, delle sue scelte.

Erskine non riesce a stare dietro a quel lavoro, a renderlo compiutamente cinematografico, soprattutto a causa delle scelte di racconto – voci registrate fuori campo, immagini di repertorio, relativamente poca musica – che lo appesantiscono, che rendono ripetitiva una vicenda che poteva essere elettrizzante.

E così, come spesso in questi casi, la poesia dell’arte è sottomessa alla prosa della vita, la forza di Holiday cede il passo prevedibilmente alle sue debolezze, le sfaccettature che nel libro mai realizzato avrebbero esaltato la sua figura, nell’incespicante film di Erskine diventano una gabbia da cui anche lo spettatore fatica un po’ a liberarsi.

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