BLINKEN-DI MAIO/ “Summit anti-Isis, la minaccia cambia e noi ci siamo in mezzo”

- int. Marco Lombardi

La Coalizione internazionale anti-Daesh si è riunita a Roma dopo due anni per fare il punto. Daesh si sta ricollocando. Il nuovo ruolo centrale dell’Italia

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Il segretario di Stato Usa Anthony Blinken con Luigi Di Maio (LaPresse)

A due anni dall’ultimo evento, si è svolto ieri a Roma il nuovo summit della Coalizione internazionale anti-Daesh con la partecipazione di oltre 40 ministri, del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e dell’Alto rappresentante Ue Josep Borrell, oltre che di alcuni paesi africani invitati come osservatori. A presiedere il summit sono stati il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il segretario di Stato americano Antony Blinken.

Il fatto che si si sia tenuto a Roma, ci ha detto il professor Marco Lombardi, docente di Sociologia all’Università Cattolica di Milano ed esperto di terrorismo “è un aspetto interessante della posizione che il nostro paese sta prendendo nelle relazioni internazionali da quando Mario Draghi è a capo del governo, anche rispetto a un terrorismo che ha sempre più il suo baricentro nel Mediterraneo”. Per quanto riguarda Daesh (stato islamico dell’Iraq e del Levante) e i passi compiuti o meno in questi ultimi due anni, Lombardi spiega che “il terrorismo islamista è qualcosa che esisteva già prima della nascita dello stato islamico, qualcosa di incancrenito in Occidente e che anche se è stato sconfitto in Siria e in Iraq, non smette di esistere come eredità del Daesh, sia in Europa che nell’Africa sub-sahariana”.

Il summit di Roma ha come scopo prevenire ogni tentativo di ripresa del Daesh. Guardando alla situazione internazionale, soprattutto in Africa, si sono o non si sono fatti passi avanti?

Innanzitutto va sottolineata l’importanza che questo summit si tenga a Roma, questo è un aspetto interessante della posizione che man mano il nostro paese sta assumendo nelle relazioni internazionali. Anche se è ancora presto per parlare di una nuova centralità italiana, è indubbio che da quando c’è Draghi l’Italia è oggetto di un alto riconoscimento a livello internazionale anche rispetto al terrorismo, che ha sempre più il suo baricentro nel Mediterraneo.

Eppure l’Italia viene molto criticata per la mancanza di una linea precisa, ad esempio in Libia.

È opportuno che il nostro paese ritorni al centro non solo per acquisito statuto dell’Italia, ma anche perché siamo al centro delle dinamiche del terrorismo, che ormai si sta muovendo dall’est al sud.

E per quanto riguarda il terrorismo europeo?

In questi ultimi anni, dopo i grandi attentati che hanno segnato il periodo tra il 2015 e il 2020, sembra ci sia stato il classico silenzio che ha fatto sperare a tutti che la cosa fosse finita.

Invece?

In realtà non è mai finita, così come è iniziata molto prima di Daesh.

Ci spieghi.

Bisogna rendersi conto che Daesh e il terrorismo islamista sono qualcosa di incancrenito nel nostro sistema occidentale, quindi la minaccia non finisce, anzi continua a cambiare, adattandosi in base alle opportunità con manifestazioni che la rendono più o meno visibile e soprattutto mediatizzata. Quando qualcosa viene mediatizzato, allora l’opinione pubblica ha paura. Attenzione però: bisogna distinguere tra ciò che preoccupa l’opinione pubblica e ciò che è realmente preoccupante.

Sarebbe?

Un risultato di questo summit è ricordare all’opinione pubblica, distolta dalla pandemia, di come ci siamo scordati del terrorismo, ma il terrorismo islamista è sempre presente. Abbiamo visto in questi giorni cosa è successo: mi riferisco a quelle persone che in giro per l’Europa con un coltello in mano minacciano la gente. È successo alla stazione Termini, è successo in Germania, è successo in Trentino. E sto parlando solo degli ultimi tre giorni.

Quindi il terrorismo è sempre tra noi?

Purtroppo questi anni di terrorismo islamista hanno sdoganato comportamenti violenti con armi che fino a poco tempo fa non si pensava potessero essere utilizzate. È una sorta di eredità imitativa che nulla ha a che vedere con la condizione di chi muore per Allah, ma è legata alla facilità che è stata insegnata: lo faccio anch’io quando sono sufficientemente arrabbiato. Al di là che lo si chiami terrorismo, le motivazioni sono una eredità che Daesh ha lasciato e che a diversi livelli deve preoccuparci: deve investire le nuove competenze delle polizie, visto che può farlo chiunque cammini per strada. Il poliziotto che cammina per strada sa che oggi è più probabile dover affrontare episodi come quelli della stazione Termini, per cui devono essere addestrati nella maniera più opportuna.

Quindi Daesh non è morto?

Daesh non è affatto morto. Il nome che prende il terrorismo islamista è quello che le vittime del terrorismo usano per definire l’organizzazione che il terrorismo ha in quel momento. Ma il terrorismo islamista va avanti da decenni come un flusso antagonista ai modelli di sviluppo e di vita, che di volta in volta chiamiamo Daesh o al Qaeda, in base all’organizzazione che assume.

Però le grandi stragi di Parigi e Londra non si sono più ripetute. Si può parlare di vittoria?

Il silenzio di questi anni di attacchi vistosi è dovuto al fatto che è l’ultima configurazione organizzata del Daesh, che è stato bastonato di brutto in Iraq e in Siria. Due o tre anni di silenzio non vogliono dire che abbiamo fatto fuori il terrorismo, abbiamo solo sconfitto una di queste organizzazioni. Ora cerchiamo di capire come il terrorismo che sopravvive si sta riorganizzando in modo funzionale. Come è stato affrontato nel summit di Roma, il nuovo scenario si sta ricollocando nella fascia sub-sahariana, quella della black belt road che io avevo identificato già due anni fa, un percorso che collega Oceano Indiano e Oceano Atlantico, una pista senza interruzione che corre dal Mali alle coste del Corno d’Africa. La fascia sub-sahariana è completamente disfatta, in Burkina si andava in vacanza, oggi è un paese a rischio. La situazione è peggiorata e peggiorerà in un’area in cui le istituzioni locali sono deboli e le compagini internazionali sono in conflitto fra loro. Gli stessi europei in Africa non vanno d’accordo. Se ci aggiungiamo turchi, arabi e cinesi, ci rendiamo ben conto che la riorganizzazione del terrorismo è in cerca di aree geografiche da controllare. L’Africa non è il Medio oriente, non è islamista di natura, è più tribale, domina il banditismo che ha poco a che fare con Daesh, però il califfato da sempre ha saputo cogliere le occasioni che trova.

(Paolo Vites) 

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