BLOCCO LICENZIAMENTI/ La proroga “stralciata” che dà certezze al sistema produttivo

- Giuliano Cazzola

È saltata la proroga parziale del blocco dei licenziamenti che il ministro Orlando aveva inserito all’ultimo nel Decreto sostegni bis

Franco, Draghi e Orlando
Draghi con i Ministri Franco e Orlando (LaPresse, 2021)

Sono sfioriti prima di una rosa canina gli emendamenti al testo del Decreto sostegni bis con i quali il ministro Andrea Orlando aveva cercato di modificare la disciplina del blocco dei licenziamenti prevista nel Decreto sostegni che in quelle stesse ore era stato convertito in legge. La Confindustria aveva fatto una volta tanto la faccia feroce appellandosi alle norme vigenti, ancora fresche di stampa, secondo le quali veniva prorogato il divieto di licenziamento, per tutti, fino al 30 giugno 2021 e, solo per i settori destinatari dell’assegno ordinario e della cassa integrazione, dal 1° luglio e fino al 31 ottobre 2021. I sindacati, ancora con il sorcio in bocca, sostenevano che quella mossa ardita non era ancora sufficiente perché non si sarebbero dovuto fare distinzioni e prorogare il blocco, todos caballeros, fino a tutto ottobre (con la riserva di arrivare poi a fine anno).

Con un blitz – pare anche ad insaputa del Governo – il ministro del Lavoro aveva introdotto due novità: 1) se un’impresa chiedeva la Cig Covid-19 entro fine giugno, si vedeva prorogare il blocco dei licenziamenti fino al 28 agosto; 2) dal 1° luglio se un’impresa utilizzava la cassa integrazione ordinaria non pagava le addizionali ma non poteva licenziare mentre usava la cassa. In una dichiarazione pubblicata sul Sole 24 Ore, il vicepresidente di Confindustria, Maurizio Stirpe, aveva sostenuto che lo slittamento a fine agosto manda in crisi “l’affidabilità dei rapporti tra noi e il ministro”. Per Stirpe il ministro del Lavoro continuava “ad assecondare chi strilla di più e chi fa più paura, come una parte del sindacato”. Ma quella non era la strada giusta, bensì “un modo di fare politica che insegue il consenso anziché risolvere seriamente i problemi, che richiederebbero di affrontare finalmente la riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro”.

Contro le proteste della Confindustria (in particolare delle sedi del Nord) erano scesi in campo i segretari regionali della Cgil del Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna definendo inaccettabile la posizione della Confindustria e chiedendo l’allineamento complessivo a fine ottobre. “Il provvedimento del Governo sui licenziamenti – affermavano i segretari – era un primo passo ancora insufficiente e doveva essere completato per garantire la proroga certa del blocco fino almeno ad ottobre. Tempo necessario per consentire il rafforzamento degli ammortizzatori sociali in direzione di una copertura universale. In questa fase i lavoratori, essendo tuttora alle prese con la crisi i lavoratori dovevano essere protetti, sostenuti e accompagnati nei processi di transizione economica, che saranno promossi con le risorse del Pnrr, attraverso progetti efficaci di formazione e riqualificazione professionale”.

L’attacco di carattere personale della Confindustria a Orlando era certamente pesante. L’iniziativa del ministro aveva suscitato perplessità nella stessa maggioranza, perché era sembrato che Orlando stesse seguendo la medesima linea di Nunzia Catalfo, quella dell'”obbedisco” a Maurizio Landini. Però, Orlando era anch’egli in grado di “metterla in politica”. Era pur sempre vice segretario del Pd, un partito che sta cercando di coprirsi a sinistra attraverso le intemerate periodiche del nuovo segretario venuto da Parigi, il quale ha collezionato una sfilza di proposte sbagliate o irrealizzabili nell’attuale contesto politico, tanto da fare del suo partito un elemento di preoccupazione per Mario Draghi. Il Premier comunque non l’aveva presa bene e si era aperto un “qui pro quo” che rischiava di diventare pericoloso per la stessa stabilità del Governo. La segreteria del Pd aveva coperto il ministro e lo aveva elogiato per la sua abnegazione in difesa dei lavoratori.

In sostanza per qualche giorno si era materializzato lo spettro di un rilancio delle proroghe del blocco lungo la strada dei passi perduti in cui si era incautamente incamminato: sempre più un percorso senza ritorno. Gli sherpa si sono messi all’opera per cercare una mediazione. A sentire le dichiarazioni di una fonte che lavorava al dossier, riportata dalle agenzie, si è avuto l’impressione che il Governo non sapesse bene cosa fare: “Ci sarà un discrimine tra grandi e piccoli, ma quel che conterà maggiormente sarà la selettività con il quale verrà applicato. Una grande azienda di ricezione e ospitalità, essendo il suo tra i settori più prostrati, potrebbe vedersi esteso il limite del blocco fino all’autunno, mentre una piccola impresa che faceva e ha sempre fatto mascherine chirurgiche e non ha risentito della crisi no”. Poi, qualcuno ha deciso che non se ne facesse nulla e che la disciplina non mutasse sostanzialmente rispetto a quanto già stabilito nel primo Decreto sostegni.

È un segno di svolta, un passo importante verso lo scongelamento del sistema produttivo. Con cautela doverosa, ma con date certe e affidabili.





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